Il “mestiere” del tifoso

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L’etimologia della parola tifoso, nel significato che comunemente viene dato a tale termine, è “sostenitore di un campione o di una squadra sportiva”. Partendo da questo oggettivo assunto, gli odierni comportamenti di alcuni tifosi prestano il fianco a varie considerazioni.
Senza addentrarci in astrusi percorsi sociologici, possiamo dire che molti tifosi hanno cambiato il significato del termine. Oggi alcuni, più che sostenitori, vogliono essere ‘padroni’ del destino della società, non solo della squadra, di cui sono tifosi. Chi fa di mestiere il tifoso, e di quel mestiere ha fatto la sua fonte di sostentamento, ha bisogno di avere una società che gli consenta di gestire in libertà alcune iniziative. Se ciò non accade, se la società è rigida nel preservare alcuni diritti, scatta la guerra per cambiarne la proprietà. E per fare la guerra c’è bisogno di un esercito, nel nostro caso di essere sostenuti dalla massa. Ed ecco allora che vengono adottate strategie vecchie e nuove.

L’esempio più calzante di questo modo di essere tifoso, comunque l’esempio che conosco meglio, è rappresentato da chi fa di mestiere il tifoso della Lazio. Nel momento in cui, anni orsono, ha visto il suo potere terreno, non quello fatto di ideali… novecenteschi, attaccato, prima da Cragnotti, poi dall’attuale presidente, il tifoso imprenditore ha prima fatto capire (e Cragnotti l’ha capito) e poi posto in essere (l’attuale presidente non ha voluto capire…) la sua ‘strategia della tensione’. Ed ecco allora le bombe carta allo stadio, o il ‘buu razzista’ reiterato, trasformato in ‘buu imprenditoriale’ a comando. Come dire, “tu non mi consenti di fare il mio merchandising amatoriale (e assai remunerativo)? Io ti faccio squalificare il campo e buttare fuori dall’Europa”. È successo lo scorso anno, nell’assordante silenzio generale.

Non c’è solo questo caso, naturalmente. Non possiamo dimenticare la Rossella Sensi che per uscire di casa dovette dotarsi di scorta, minacciata e vilipesa dai ‘sostenitori della squadra sportiva’ che presiedeva. O l’incredibile episodio legato alla Nocerina, dove i tifosi pretesero che i giocatori non giocassero il derby di Salerno. O i ‘sostenitori’ che a Genova fecero togliere la maglia ai loro ‘indegni’ giocatori con il dissimulato ‘placet’ del presidente, imitati poche settimane fa da altri, più meridionali, sostenitori. Per non parlare dei padroni dello ‘Juventus Stadium’, gli juventini della curva Scirea.

Ma da qualche anno c’è stato lo scatto in avanti, per alcuni il mestiere di tifoso, è diventato una professione, e non di sola fede. Oggi il sostenitore, è anche giornalista. Da non confondere con il giornalista tifoso, altra specie odierna e moderna, inimmaginabile fino agli anni novanta, quanti di noi hanno saputo per chi tifasse il mitico Enrico Ameri? Ma torniamo al nostro tifoso giornalista, sempre radiotelevisivo, scrivere è fatica e bisogna saper usare i congiuntivi. Le capacità professionali? Spesso inesistenti, ma il problema non si pone. Importante è che dal suo quotidiano pulpito, nella sua radio monotematica, con il sacro microfono e la scenografica cuffia con cui si fa spesso ritrarre, il tifoso ora professionista attiri i ‘fedeli’, ne ecciti l’ego tifoso, faccia si che costoro diventino gli spietati eversori del gestore usurpatore, sia esso Lotito, Rossella o gli amerikani… Galliani, rappresentante del berlusconismo calcistico per un ventennio, è stato d’improvviso sbertucciato mediaticamente senza pietà, con patente di imbecille e incompetente. Il ‘la’ è venuto dagli stessi che fino a pochi mesi orsono lo incensavano.

Non credo di andare lontano dal vero, in questa mia per forza di cose, breve analisi, se affermo che anche dalle radio private monotematiche nasce, e si alimenta, un tifo spesso manovrato e minestrato. D’altronde parlare 18 ore della stessa cosa non è facile, per parlare di politica sportiva, o anche solo di tecnica calcistica si dovrebbe esserne capaci, spesso non è così, e allora via con la polemica. È triste doversi rendere conto, che come accadeva un tempo per il dittatore di turno che proclamava una guerra, la maggioranza dei tifosi che aderiscono a questi improbabili ‘movimenti di protesta’ (in tempi come gli attuali, in cui ci sarebbe ben altro per cui protestare!) sono in buona fede, il che certifica che è in corso un (riuscito) tentativo di abuso della credulità popolare. A tutti i livelli.

In definitiva, per il tifoso di mestiere è importante avere il comando di un esercito di persone che in buona fede o per paura segua quanto lui impone, per trarne dei vantaggi. Ma non si può tacere che vi sia anche la connivenza di quanti, per un pugno di pubblicità, dà a costoro la possibilità di arringare le folle. Nel calcio girano molti (troppi?) soldi, e certi appetiti non si saziano mai. Cosa c’è di meglio che rimestare nel torbido per fare si che qualcuno si impaurisca e lasci campo aperto a questi moderni saprofiti?

Mariano Priori