Il Jobs act è legge Sui licenziamenti collettivi è scontro nella maggioranza

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Non c’è il licenziamento per scarso rendimento e nemmeno la clausola dell’opting out che avrebbe consentito all’impresa di bypassare comunque la sentenza di reintegro con un super-indennizzo. Ma le nuove regole varranno anche per i licenziamenti collettivi e questo proprio non piace ai sindacati. Nè alla Cgil e alla Uil che, in verità, non hanno mai abbassato la guardia. Nè alla Cisl che sul Jobs act non ha scioperato e ha sempre avuto un atteggiamento più propositivo. Come promesso il governo nel Consiglio dei ministri della vigilia di Natale ha varato i primi due decreti attuativi (contratto a tutele crescenti e riforma dell’Aspi) della delega di riforma del mercato del lavoro. E come previsto le polemiche non si sono attenuate. Anzi. All’interno della maggioranza chi voleva di più – Ncd in testa – non ha nascosto la delusione anche se, dopo le minacce dei giorni di scorsi sulla tenuta del governo, i toni si sono comunque abbassati; chi voleva di meno spera invece di strappare qualche ulteriore modifica in attesa dei pareri delle commissioni parlamentari. Nel caos ci sguazza l’opposizione, in particolare Forza Italia che ne approfitta per attaccare frontalmente gli alleati di un tempo fuoriusciti al seguito di Alfano. Tutte polemiche che, almeno per ora, sembrano non intaccare la convinzione del premier Renzi di aver dato vita con le nuove regole a «una rivoluzione copernicana» che migliorerà le prospettive di cerca lavoro e la competitività del sistema produttivo italiano. E quindi la sua ferma volontà ad andare avanti senza concedere altro.
LE DURE CRITICHE

Il no di Cgil e Uil resta nettissimo. E per l’anno nuovo già si preparano altre mobilitazioni. Per il sindacato guidato da Susanna Camusso con le nuove regole c’è un «via libera a licenziare in maniera discrezionale lavoratori singoli e gruppi di lavoratori. Più che di rivoluzione copernicana siamo ad una delega in bianco alle imprese a cui viene appaltata la crescita» e quel che rimane «è un contratto a scadenza variabile», con «monetizzazione crescente dei diritti». Critiche condivise anche dalla Uil di Carmelo Barbagallo (vedi intervista in pagina). Toni decisamente più morbidi dalla Cisl, che comunque spera in miglioramenti del testo relativamente alla parte sui licenziamenti collettivi. Speranza condivisa anche dal presidente della commissione Lavoro di Montecitorio, nonché esponente della minoranza Pd, Cesare Damiano, che punta anche a un innalzamento dell’indennizzo minimo da 4 a 6 mensilità.
GLI EX ALLEATI

Fino all’ultimo minuto utile hanno tentato di stringere ancora di più le maglie sul reintegro. E alla fine in casa Ncd non hanno nascosto la delusione: «È mancato il coraggio delle grandi scelte» dice Maurizio Sacconi. Ma nessuno strappo. «Risultato insoddisfacente, ma il governo va avanti. Continueremo le nostre battaglie in Parlamento» fa sapere il coordinatore nazionale del partito Gaetano Quagliariello. Il «ni» del governo alle istanze degli alfaniani e il tweet «sprezzante» di Roberto Speranza (Pd) del 24 dicembre con quel «Buon Natale Sacconi!» offre il destro a Forza Italia per attaccare gli ex alleati. E così mentre Elvira Savino parla di «marginalità» di Ncd nel governo, «Il Mattinale» lancia l’affondo: «Il braccio esile di Ncd è stato piegato in fretta dalla preponderante volontà nel Pd dell’anima arcipotente di Cgil». Non mancano infine i malumori nella minoranza Pd. Stefano Fassina parla di «cambiamento regressivo», e Pippo Civati, ribattezza il decreto in «contratto a tutele ridotte».

Il Messaggero