Ignazio Marino sfida Renzi e il Pd e vuole la conta in Aula per essere sfiduciato

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La mossa a sorpresa Ignazio Marino l’ha confidata solo alla cerchia ristrettissima: “Io – ha ripetuto in questi giorni – voglio ristabilire la verità. Non mi dimetto per una storia di scontrini montata ad arte e per la quale non sono nemmeno indagato. Sono pronto ad andare in Aula e mi sfiducino”.

È più di uno sfogo quello consegnato allo staff e ai tre assessori che gli sono rimasti fedeli. E la frase dal sen fuggita martedì in conferenza stampa (“Ho venti giorni per fare le mie riflessioni”) è solo una parte del ragionamento che, così il sindaco ha chiesto ai suoi, deve rimanere riservato. Anzi riservatissimo. E che prevede un “quando” e un “dopo”. Il quando è il momento in cui opporre il gran rifiuto ed annunciare il “non mi dimetto”, che sarà – questa ad oggi l’intenzione – proprio nell’ultimo giorno utile. Il 2 novembre, giorno dei morti. Oppure, per scaramanzia, l’1, quello dei santi. Il “dopo” è la preparazione di una lista civica in vista delle amministrative del prossimo, che rappresenterebbe la sconfitta sicura di un Pd già terremotato nella Capitale.

È la sfida di chi sente di aver tutto da perdere fuorché l’onore. E che vuole un voto in Aula, modello Prodi nel ’98, in cui ognuno si assume le sue responsabilità. Né le frasi minacciose arrivate dal Nazareno dopo la conferenza stampa (“Faremo dimettere tutti i consiglieri”) hanno ammorbidito Marino: “È in gioco la mia dignità di persona e di amministratore”. Una sfida maturata nella solidarietà che il sindaco ha sentito sin da quando ha rassegnato le dimissioni. Dei cittadini, ma non solo. Le pubbliche posizioni di Gassman, della Ferilli, della Grande Bellezza della Capitale lo hanno gasato, convincendolo che è possibile il “Marino contro tutti”. E che una sua lista civica parte almeno dal 10 per cento.

E lo ha gasato la vicenda degli scontrini di Renzi rivelata dal Fatto. Perché si tratterebbe di somme neanche paragonabili alle sue. E soprattutto perché ha reso plastica una sorta di doppia morale: “Avete visto le spese di Renzi sia da sindaco sia da presidente della Provincia?” dicono in Campidoglio i fedelissimi rimasti. Per non parlare degli altri amministratori del Pd, con De Luca che rischia la sospensione. E poi c’è il Pd, che tutto sembra fuorché un monolite. Il nuovo fronte aperto riguarda Orfini. Il Nazareno ha indetto la votazione tra i membri della direzione per prorogare a Matteo Orfini il ruolo di commissario, ma stavolta la sinistra dem ha detto no: “In questo clima – dicono in Campidoglio – davvero se Orfini ordina ai consiglieri di dimettersi, loro obbediscono all’unisono?”.

Insomma, è il ragionamento del sindaco, se mi vogliono morto devono accoltellarmi nell’Aula Giulio Cesare oppure devono dare segnali di risarcimento morale (e politico), perché non può finire così. Qualcuno del Pd deve restituirgli l’onore. Altrimenti si difenderà fino in fondo. Luca Lotti è convinto che quello di Marino è un bluff. Sbaglia, a sentire i fedelissimi del sindaco.

L’Huffington Post