Ergastolo all’infermiera di Lugo «Uccise paziente col potassio»

CARCERE

Ergastolo all’infermiera killer dell’ospedale di Lugo di Romagna: la Corte d’Assise di Ravenna ha condannato al massimo della pena Daniela Poggiali, che avrebbe ucciso con un’iniezione letale una paziente. La sentenza è stata letta al termine di una lunga camera di consiglio questa sera, venerdì, alle 20.15. Unanime il verdetto del collegio giudicante, che era presieduto dal giudice Corrado Schiaretti.

Il procuratore soddisfatto senza trionfalismi
Soddisfatto senza trionfalismi il procuratore di Ravenna, Alessandro Mancini, sentito dal Corriera della Sera: «Considerato che l’ergastolo è sempre un momento drammatico, siamo soddisfatti che il lavoro svolto dai carabinieri e dal pm Angela Scorza abbia trovato conferma. Diciamo che in questo caso la giustizia si è imposta».

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L’ipotesi della serial killer
Poggiali, che si è sempre detta innocente, è stata condannata per un solo delitto ma lo scenario che si apre è molto più pesante. «Abbiamo un procedimento penale in corso su altri decessi avvenuti nello stesso ospedale – ha aggiunto il procuratore – C’è anche una richiesta di rinvio a giudizio nei confronti del primario e della caposala per concorso in omicidio della signora per la quale è stata condannata Poggiali. Sono indagati per non aver impedito che il delitto fosse commesso».

Scenario agghiacciante
L’anno scorso il Tribunale del Riesame di Bologna aveva usato parole molto dure: «I risultati della consulenza statistica depongono per un’opera sistematica di eliminazione di ricoverati», avevano concluso quei magistrati nel rigettare un’istanza di scarcerazione di Poggiali. Secondo il Riesame le conclusioni dell’Istituto di medicina legale di Verona diretto dal professor Franco Tagliaro, al quale la procura di Ravenna aveva dato il compito di esaminare le morti dei pazienti della clinica dall’aprile del 2012 al novembre 2014, erano agghiaccianti.

La consulenza
La consulenza firmata da Tagliaro metteva in fila alcuni dati sorprendenti: «Dei 191 decessi nel periodo di servizio della Poggiali all’Ospedale (nel periodo aprile 2012 – aprile 2014) 139 si sono verificati nello stesso settore in cui, in quel momento, stava lavorando l’indagata. Il tasso di mortalità settimanale, quando era in servizio, è risultato estremamente più elevato rispetto a quello osservato nel periodo in cui non era in servizio». E sottoscriveva così l’anomalia: «Il numero dei morti nel reparto in cui la Poggiali prestava servizio è superiore di due volte e mezzo rispetto a quello dei decessi osservati quando la stessa risultava assegnata al settore opposto». Ma questo non significa che Poggiali sia responsabile dell’anomalia. Significa però che «emerge un significativo eccesso di mortalità quando c’era la Poggiali. Un eccesso, risultato nell’ultimo semestre addirittura esplosivo… Il numero dei decessi eccedenti la quota naturale sarebbe stimato in 87».

La difesa: si parli di un solo delitto
E la difesa cosa dice di tutto ciò?«Penso che si dovrebbe parlare di un solo delitto, visto che mia assistita è accusata di quello e non di altro — aveva replicato a suo tempo l’avvocato Stefano Dalla Valle, difensore dell’indagata — penso che la valutazione dei fatti su base statistica lasci un po’ il tempo che trova. Bisognerebbe considerare le molte variabili che condizionano i dati, come il fatto che la mia assistita lavorava molto più della media. Ma anche considerando il solo delitto contestato io dico una cosa: la signora deceduta non è stata uccisa, è morta di ictus». Ma i giudici, evidentemente, l’hanno pensata diversamente.

Le foto con gli anziani
Ricordiamo che Daniela Poggiali è finita a processo per un’iniezione letale di cloruro di potassio fatta a Rosa Calderoni, paziente di 78 anni morta l’8 aprile del 2014 all’ospedale «Umberto I» di Lugo (Ravenna). Sull’infermiera avevano pesato anche una serie di foto in cui la donna è ritratta in pose irriverenti accanto a un’anziana deceduta. Poggiali aveva replicato ammettendo che quegli scatti erano stati un errore ma aveva sempre respinto l’accusa di aver volutamente ucciso Rosa Calderoni. Sulle frequenti morti durante i suoi turni di lavoro aveva sostenuto di essere abituata a fare turni molto lunghi e intensi e che solo a quello va attribuito il maggior numero di decessi.

Occhi bassi e silenzio
Quando il presidente della Corte d’Assise di Bologna ha letto la sentenza, la Poggiali ha abbassato gli occhi e scosso la testa, prima di essere riportata nel carcere di Forlì. Il pm aveva chiesto per l’imputata l’ergastolo più l’isolamento diurno per un anno e mezzo, che è stato invece escluso, come l’aggravante dei motivi abbietti. Alla base della condanna invece ci sono la premeditazione e l’uso del mezzo venefici. Concessa anche una provvisionale da 150mila euro ai due figli della vittima. La difesa ha invece concluso per l’assoluzione piena.

Corriere della Sera