Effetto Suarez e Maracanà: doppia carica per l’Uruguay

Maracana

Dopo essersi vestito da Bombonera per l’esordio dell’Argentina; dopo essere diventata la capitale del Cile per cancellare la Spagna; dopo aver intonato invano l’inno russo come fosse la piazza rossa, il Maracanà ospita oggi il primo grande derby sudamericano: alle cinque del pomeriggio, le 22 in Italia, giocano Colombia e Uruguay. Due nazionali sudamericane nello stadio più prestigioso, quello della finale, anche per fare una prova generale: per entrambi i Paesi si comincia a ventilare la candidatura per ospitare la Coppa nel 2026 o 2030, posto che le prossime due, salvo sorprese, sono già assegnate a Russia e Qatar. «Il successo di questa competizione – ha detto ieri il segretario generale della Fifa, Jerome Valcke – dimostra che possiamo tornare presto a organizzare un’altra Coppa in Sud America». L’Uruguay aspetta dalla prima edizione e, nel 2030, farebbe quella del centenario. Per la Colombia sarebbe invece il riscatto del mundial 1986, che non riuscì a realizzare.
Un elemento che rende la sfida ancora più tosta, oltre alla rivalità continentale, al fatto che chi vince trova ai quarti un’altra sudamericana – che, salvo sorprese del Cile, sarà il Brasile -, e alle polemiche sulla squalifica di Suarez. Quest’ultimo è in realtà il tema che tiene più banco e che, temono i colombiani, potrebbe motivare oltre ogni aspettativa la nazionale uruguagia. Dietro a Suarez si è infatti schierato l’intero Paese, a partire dal campione del progressismo sudamericano, il presidente Josè Mujica, via via verso il basso, facendone ormai apertamente un caso di orgoglio nazionale. E portandosi dietro anche uno come Maradona che ieri, difendendo a spada tratta Luisito, con indosso una maglietta che inneggiava a lui, si è portato dietro l’intero popolo dei fratelli e vicini argentini. I colombiani tremano perché hanno l’occasione della vita. Come precedenti calcistici tra le due nazioni non c’è storia: la Colombia vanta appena una vittoria nella Copa America (nel 2001) , contro le 15 degli uruguagi. Ma questa volta da Bogotà e dintorni arriva una squadra che, pur priva del fenomeno Falcao, ma con gente come Cuadrado o Zuniga, è considerata più talentuosa, ha fatto 9 gol, secondo attacco dopo l’Olanda, e sulla carta è favorita: 1,45 la quota di passaggio ai quarti contro i 2,55 della Celeste. Nei 90 minuti la Colombia è data vincente a 1,95, l’Uruguay a 4,0 e il pareggio a 3,4.
Rio de Janeiro è blindata. Il giorno è dichiarato completamente festivo e per la città è come se ci fossero due partite: alle 13 gioca il Brasile, che paralizza l’intera attività e crea ingorghi di tifosi nei punti nevralgici come il Fifa Fan Festival di Copacabana; mentre due ore dopo la fine della partita, ancora meno se si andasse a supplementari o rigori, si gioca al Maracanà. Per raggiungerlo i tifosi cominceranno a muoversi fin dalle prime ore del giorno, mettendo in cantiere, tra un rallentamento del metro e il traffico, l’intero sabato. In ogni caso l’invasione è minore di quella registrata per Cile e Argentina. Lo si è visto ieri quando sia l’Uruguay sia la Colombia, sbarcati nei loro hotel nella zona sud della città, non hanno trovato che 2-3 decine di tifosi ad accoglierli. Non per disinteresse, ma perché la migrazione colombiana, da un Paese che sta oltre le Ande e l’Amazzonia, non poteva certo essere biblica. Mentre quella degli uruguagi sta prendendo piede solo dopo la sorprendente qualificazione, il caso Suarez, e dall’eventualità di avere nei quarti di finale il Brasile in Brasile, come nella leggendaria partita del 1950 che assicurò alla Celeste la seconda e ultima coppa del mondo.
Poi ci sono in giro un po’ di storditi tifosi italiani che si stanno vendendo qualche biglietto. Dovevano esserci loro, oggi, contro la Colombia, al Maracanà. Ma è già acqua passata.

IL GIORNALE