Dirigenti pubblici, scure di Renzi: nessuno prenda più di Napolitano

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ROMA «Qui finirà che mi chiameranno Matteo mani di forbice…». Con questa battuta, lasciata cadere tra il vertice con mister spending review Carlo Cottarelli e quello con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, Matteo Renzi ha dato il segno di una nuova giornata dedicata alla scrittura del Documento economico finanziario (Def) che vedrà la luce questo pomeriggio in un Consiglio dei ministri convocato ad hoc. Il premier è determinato a continuare la sua offensiva contro gli sprechi della Pubblica amministrazione e contro i privilegi della politica: «Non ci saranno più santuari, dopo il Senato e le Province taglierò anche doppioni ed enti inutili», garantisce Renzi che ha inquadrato nel mirino le sei-settemila aziende municipalizzate (garantiscono circa 80 mila poltrone a politici e amici dei politici), l’Aci e la Motorizzazione, i Consorzi di bonifica di cui è costellata la Penisola.

«SFORBICIA-ITALIA»
Questo piano di tagli non risparmierà i dirigenti e i manager pubblici. Per tutti varrà un tetto di 270 mila euro l’anno, quanto percepisce annualmente il presidente della Repubblica. «E nessun dipendente pubblico», è l’indicazione del premier, «dovrà guadagnare più del capo dello Stato». Risparmi previsti: 500 milioni. «Per noi la prima scelta», ha spiegato Renzi uscendo in jeans e maniche di camicia per qualche minuto da Palazzo Chigi («non ne posso più di stare rinchiuso là dentro»), «è quella di stare vicini alle persone che guadagnano di meno, come dimostra la decisione di dare 80 euro in più al mese in busta paga. E vedrete cosa accadrà ai manager pubblici…». Inutile dire che è in atto uno scontro durissimo con i dirigenti della Ragioneria che non festeggiano all’idea di vedere ridotto il proprio stipendio.
RISPARMI ISTITUZIONALI

In vista anche un ulteriore giro di vite per «i santuari» della politica. Oggi scatterà la riorganizzazione di Palazzo Chigi, con accorpamento di dipartimenti, cancellazione di distacchi e consulenze. Poi partirà la convocazione di un “tavolo inter-istituzionale” con i responsabili amministrativi di Camera, Senato, Quirinale, Corte costituzionale, in modo da concordare «ulteriori risparmi». Obiettivo: rastrellare dai duecento ai trecento milioni. «Solo se la politica sarà più credibile, solo se saprà dare il buon esempio tagliando e riformando se stessa», è il ragionamento di Renzi, «potrà andare all’assalto contro gli sprechi della pubblica amministrazione».
C’è da dire che i rapporti con Cottarelli si fanno di giorno in giorno migliori. «Tra Renzi e il Commissario alla spending review», dice una fonte autorevole dell’Economia, «c’è un gioco delle parti. A Renzi fa comodo che Cottarelli tenga i tagli più alti possibile, poi lui media e li abbassa un po’. Ma i tagli servono, sono indispensabili». Anche perché, su suggerimento di Padoan, il premier ha rinunciato a sforbiciare l’Irpef ricorrendo a entrate una tantum. «Il taglio delle tasse avverrà attraverso risparmi strutturali di spesa», è l’indicazione di Padoan sottoscritta da Renzi, che ha anche rinunciato a impiegare i 3-4 miliardi di risparmi di spese per interessi che a fine anno dovrebbero arrivare grazie al calo dello spread.
Ciò detto, il premier non ha rinunciato all’idea di chiedere «flessibilità» nel rispetto delle regole di bilancio, in modo da poter far scattare «una terapia d’urto» per rendere meno gracile la ripresa economica. Ma il tema della flessibilità che verrà approfondito nei prossimi mesi, quando dal primo luglio Renzi prenderà la presidenza di turno dell’Unione europea. Come in un secondo tempo verrà esplorata la possibilità di un rientro meno veloce (ora è un ventesimo all’anno) del debito pubblico. «Da una parte Bruxelles ci mette in mora per pagare i debiti vantati dalle aziende presso la pubblica amministrazione, ma dall’altra ci dice di ridurre il debito pubblico. La cosa non sta in piedi», dice un sottosegretario all’Economia.

IL MESSAGGERO