Dibattito Trump Clinton The Donald rinuncia al colpo basso È Hillary che detta l’agenda

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Il primo dibattito presidenziale comincia in modo contratto, prudente. I due contendenti sono piuttosto tesi quando entrano nel palazzetto sportivo dell’Università Hofstra, a Long Island, Stato di New York. Donald Trump, in particolare, dà subito l’impressione di rinunciare all’imprevedibilità, anche al colpo basso: le caratteristiche che lo hanno portato fin qui. In novanta minuti di confronto, tanto per fare un esempio, non cita neanche una volta il famoso muro con il Messico. Hillary Clinton detta l’agenda, più ancora del moderatore Lester Holt della Ncb. L’offerta politica del front-runner repubblicano ruota su tre-quattro concetti base. In economia bisogna impedire che le imprese lascino il Paese. Come? Tagliando le tasse, promuovendo incentivi, eliminando i vincoli burocratici. Inoltre vanno rinegoziati gli accordi commerciali, a cominciare dal Nafta, l’intesa con Canada e Messico, “il peggior accordo mai firmato dagli Stati Uniti”. Tutte proposte ascoltate cento volte in questo anno e mezzo di campagna elettorale. La stessa cosa si può dire per Hillary Clinton: più imposte solo per la parte più ricca della popolazione; un piano per creare posti di lavoro con l’innovazione e l’energia pulita, parità di retribuzioni tra uomo e donna.

La differenza, in questo primo round, sta nei toni. A Trump è mancata quella spinta sovversiva, rivoluzionaria che lo ha portato, contro ogni previsione, a conquistare la nomination repubblicana. A quel punto Hillary non ha avuto troppe difficoltà a controllare il flusso della discussione. Poche interruzioni, pochi fuori programma. L’ex Segretario di Stato ha messo in campo la sua esperienza in politica estera, senza per altro chiarire come sia possibile promettere un cambiamento e nello stesso tempo restare nel solco della strategia di Barack Obama. Trump ha provato a spezzare il circuito logico dell’avversaria, presentandosi come il candidato forte, l’unico in grado di assicurare “law and order” e, nello stesso tempo, capace di negoziare con gli altri leader mondiali, sfruttando il suo fiuto, il suo talento di businessman. Lo staff di Trump, probabilmente, aveva preparato questo primo duello cercando di attenuare l’ostilità di una larga parte dell’opinione pubblica americana. Si vedrà con i sondaggi dei prossimi giorni se l’operazione sia riuscita e quanti dei 100 milioni circa degli spettatori di ieri avranno cambiato idea sul costruttore newyorkese. Il problema è che l’atteggiamento decisamente più composto di Trump potrebbe non bastare.

L’impressione è che il tycoon stanotte abbia parlato solo ai suoi elettori, per esempio alle tute blu del Michigan, Missouri e Ohio, tre Stati in bilico e citati più volte. Ma le sortite fuori dal perimetro sono state piuttosto spericolate. Quella più audace sulle comunità afroamericane (“non sono mai state così male, sono le vittime del crimine”) si è infranta contro la difesa scolastica di Hillary, che ha semplicemente ricordato che nel 1972 Donald Trump fu citato in giudizio per essersi rifiutato di affittare alcune delle sue case a “black people”. A sorpresa è stata proprio Hillary Clinton la più spregiudicata: ha attaccato la vita personale del rivale, lo ha accusato di non pagare neanche un dollaro di tasse e per questo di non voler presentare pubblicamente la sua dichiarazione dei redditi, gli ha rinfacciato, una a una, le sue parole scorrette sui latinos e, soprattutto, sulle donne. Il contradittorio è risultato incompiuto. Solo nel finale Trump ha cercato di recuperare il centro del quadrato, sostenendo che “Hillary non ha le qualità personali per essere presidente”. “Difficile dire una cosa del genere a una persona che ha negoziato con tanti governi del mondo”, ha replicato l’ex Segretario di Stato. “Va bene, hai esperienza, ma è una cattiva esperienza”. Questo scambio è arrivato poco prima dello stop. Stava cominciando un altro confronto, più libero e spontaneo. Rimandato al 9 ottobre: secondo appuntamento a St.Louis, Missouri.

Corriere della Sera