Dalla mucca pazza ai pesticidi: ecco tutti gli allarmi nel piatto

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Salsicce, hot dog e insaccati a rischio tumori: sedersi a tavola sembra sempre più una sfida. E’ di ieri la classificazione dell’Oms delle carni insaccate o lavorate nel primo gruppo di pericolosità, accanto a fumo e alcol: più che un vero allarme alimentare, però, la conferma e la codifica di dati ed evidenze già note da tempo. Di veleni nel piatto, e nel bicchiere, si parla ormai da tempo, da quel lontano 1986 quando il vino al metanolo uccise oltre venti persone, ma ci sono stati anche gli olii di semi confezionati con residui di lavorazione, la carne gonfiata con gli ormoni, uova e polli alla diossina. Cominciando dalla Bse (l’encefalopatia spongiforme bovina), meglio noto come “mucca pazza” il cui primo caso si registrò in Gran Bretagna proprio nel 1986 quando il Laboratorio centrale di veterinaria di Weybridge identificò, in un allevamento nella regione dell’Hampshire, una mucca (l’oramai famigerata “mucca 133”) che presentava un allarmante quadro clinico. La responsabilità venne attribuita al “prione” derivante dall’uso di farine animali nell’alimentazione dei bovini, ma anche dal processo di produzione delle carni. L’epidemia si sviluppo dal 1993 e il primo caso di trasmissione all’uomo fu registrato nel 1995. Oltre 200 le vittime in Europa correlate alla malattia. Nel 2001 l’Unione Europea decise il divieto di consumo della bistecca con l’osso: la “fiorentina” tornerà sulle nostre tavole solo nel 2012. E nello stesso anno l’Ue ripristina la possibilità di nutrire il bestiame con mangimi animali. E poi ci sono i virus dell’influenza. La Suina, generata da un virus che normalmente non contagia gli esseri umani, ma a partire dal marzo del 2009 un sottotipo di influenza suina ha contagiato degli esseri umani, inizialmente in allevamenti in Messico, estendendosi in breve tempo a più di 80 Paesi. Fra il 1997 e il 2007 contagiate oltre 600 persone con oltre 200 morti. E l’Aviaria, un virus che colpisce principalmente i volatili ma è potenzialmente in grado di diffondersi a livello pandemico tra diverse specie e tra gli umani. Arriva nel 2005 e porta circa 360 vittime, a dispetto delle previsioni dell’Oms di “almeno un milione di decessi”, la sua pericolosità però resta ancora alta, essendo il virus presente in modo massiccio fra gli animali e non essendo escluso che possa trasmettersi all’uomo sotto forma di pandemia. Sul fronte ittico, da registrare il pesce “al mercurio”: secondo un’indagine di Altroconsumo su 46 tranci di pesce (spada, tonno, smeriglio, verdesca, palombo) esaminati, “otto sono risultati fuori legge, a causa di un contenuto di mercurio superiore a 1 mg/kg, il limite già generoso che la normativa prevede per i pesci particolarmente soggetti alla presenza di questo inquinante (mentre per i pesci meno a rischio il limite è 0,5 mg/kg). Ancora di più, ben 12, sono risultati i campioni a norma di legge, ma che hanno comunque una quantità di mercurio tale da renderli sconsigliabili a donne gravide e bambini”. L’Italia è l’unico Paese – sottolinea la Coldiretti – che puo’ vantare 272 prodotti a denominazione di origine (Dop/Igp) superiori a quelle registrate dalla Francia, oltre ventimila agriturismi ma è anche al vertice della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,4%), quota inferiore di quasi 4 volte rispetto alla media europea (1,4%) e di quasi 20 volte quella dei prodotti extracomunitari (7,5%). Ma l’Italia è anche il Paese con le regole produttive piu’ rigorose nelle caratteristiche dei prodotti alimentari, dal divieto di produrre pasta con grano tenero a quello di utilizzare la polvere di latte nei formaggi fino al divieto di aggiungere zucchero nel vino che non valgono in altri Paesi dell’Unione Europea, dove si assiste ad un crescendo di diktat alimentari finalizzati a surrogati, sottoprodotti e aromi vari che snaturano l’identità degli alimenti. Non va molto meglio sul fronte pesticidi: la relazione annuale del 2013 dell’Efsa (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) sui residui di pesticidi negli alimenti, dice che pur rientrando nei limiti di legge, la quasi totalità, il 97,4%, ne contiene e comunque poco meno del 55% è privo di tracce rilevabili. Inoltre una percentuale, seppur bassa, intorno all’1,5% supera nettamente i limiti di legge e residui di più di un pesticida (residui multipli) sono stati rilevati nel 27,3% dei campioni.

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