Corsa alle riforme entro aprile: piano del governo contro le sanzioni Ue

Padoan

ROMA Matteo Renzi non ha mai espresso giudizi lusinghieri sulle agenzie di rating. L’ultima volta ha reagito con un’alzata di spalle: «Non sono attendibili, dicano ciò che vogliono». Ma adesso che la canadese Dbrs interrompe il trend negativo dei ripetuti downgrading e conferma il rating precedente, il premier un sorriso se lo lascia sfuggire. «Ciò significa che si cominciano a vedere i frutti del nostro lavoro», ha confidato ai collaboratori, «anche se come sostiene Napolitano c’è ancora tanto da fare». Per dirla con il viceministro dell’Economia, il renziano Enrico Morando, «il giudizio dei canadesi dice chiaro che la situazione in Italia è difficile, ma anche che le riforme stanno dando una seria prospettiva di crescita».
La Dbrs infatti pone l’accento sull’«ambiziosa agenda di riforme strutturali accelerata da Renzi», sostenendo che «aumenterà la crescita». Proprio per questo il premier vuole approvare l’intero pacchetto, dal Jobs act alla Pubblica amministrazione, dalla scuola alla giustizia civile, dalla semplificazione fiscale a quella amministrativa, «entro sei mesi». Esattamente «entro il 2 aprile». Giusto in tempo per il varo del nuovo Piano di riforma nazionale (Prn) che va presentato a Bruxelles lo stesso mese. «Dopo aver concluso tutto», sostiene il premier, «potremo cominciare a parlare con franchezza in Europa».
L’obiettivo della road map studiata da Renzi è quello di scongiurare una procedura per squilibri macroeconomici eccessivi, procedura mai scattata finora. Tant’è che Sandro Gozi, sottosegretario con delega alle politiche europee, parla di «ipotesi remota».
A TAPPE FORZATE
Ma il rischio c’è. Da qui l’urgenza di approvare il pacchetto di riforme in tempo utile per convincere la Commissione e il Consiglio europeo a non usare la mano pesante a giugno quando, secondo il calendario del semestre europeo, scattano le raccomandazioni-Paese e le eventuali sanzioni. «Tanto più», sottolineano a palazzo Chigi, «che il nostro piano di riforme rappresenta una risposta adeguata per rilanciare la competitività e la crescita e dunque per mettere alle spalle la recessione».
Ma c’è un’altra procedura d’infrazione, stavolta per deficit eccessivo, che può precipitare su Roma. E questa riguarda la mancata riduzione dello 0,5% del deficit strutturale al netto del ciclo economico e la mancata discesa nel 2015 del rapporto deficit-Pil all’1,8% («saremo al 2,9%», ha ripetuto il premier mercoledì a Milano). «Non siamo però rassegnati, tutt’altro. La questione è aperta», spiega Gozi, «si tratta di interpretare le regole tenendo conto dell’impatto della recessione».
Per questa ragione, nel presentare la legge di stabilità a Bruxelles, Renzi e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan invocheranno tra qualche giorno «le circostanze economiche eccezionali, ulteriormente peggiorate negli ultimi sei mesi». Circostanze che secondo il governo italiano eviteranno la bocciatura della legge da parte di Bruxelles e che «giustificano un aggiustamento strutturale del bilancio inferiore al previsto 0,5%», puntando allo 0’1% con un risparmio (in termini di manovre correttive) di circa 6 miliardi. Per capire come finirà si tratta di vedere se la nuova commissione presieduta da Jean Claude Juncker darà più retta ai falchi del rigore, oppure al fronte della crescita e della flessibilità guidato dal presidente della Bce Mario Draghi.

IL MESSAGGERO