Coree: il Nord schiera truppe e cannoni, a 10 e 30 scade l’ultimatum

Kim Jong-un

ALLE 10,30 ora italiana (le 17 ora di Pyongyang) scade l’ultimatum di 48 ore dato dal dittatore nordcoreano, Kim Jong-un al Sud per porre fine alla diffusione di messaggi di propaganda attraverso una serie di altoparlanti posizionati in 11 punti lungo la zona demilitarizzata che segna il confine tra Nord e Sud. A quell’ora – in questa surreale contesa (Seul pretende che Pyongyang riconosca la responsabilità di aver ferito due soldati sudcoreani in seguito all’esplosione di una mina per spegnere gli altoparlanti), si vedrà se Kim darà l’ordine di aprire il fuoco alle batterie di artiglieria che ha schierato lungo il 38esimo parallelo. Evento di cui il comando delle forze armate di Seul è convinto e al quale, ha già annunciato, risponderà colpo su colpo.

Ieri Kim ha schierato “in stato di guerra” le sue truppe alla frontiera con Seul per “essere del tutto pronte al lancio di qualsiasi azione militare a sorpresa” dalle 17 di oggi, ora locale (le 10,30 in Italia). L’ennesimo episodio di guerra tra le due Coree, formalmente ancora Paesi belliggeranti visto che Pyongyang e Seul, alla fine del conflitto (1950-1953), hanno solo firmato un armistizio e mai un accordo di pace alla fine del conflitto, è ‘esploso’ giovedì quando l’artiglieria nordcoreana ha esploso 4 colpi contro il Sud che ha a sua volta risposto con 29 cannonate.

Da entrambe le parti non si è registrato alcun ferito a conferma del fatto – si spera – che si tratta della prosecuzione con altri mezzi della guerra di propaganda, nella quale, a ‘sparare’ solo slogan è la rete di altoparlanti (la pratica abituale tra le due Coree fino al 2004) di entrambe le parti, e non i cannoni.

Ieri sono state confermate le manovre militari congiunte annuali tra le forze armate Usa (a Sud ci sono ancora 28.500 soldati americani) e quelle sudcoreane che inizieranno lunedì e si concluderanno venerdì prossimo. Giovedì sono state temporaneamente congelate per seguire gli sviluppi dello scambio di colpi tra i due Paesi. Esercitazioni considerate un atto ostile da Pyongyang Già nel 2013 Kim aveva dichiarato “uno stato di guerra” con Sel anche se poi non è mai passato alle vie di fatto.

Tre anni prima, nel 2010 quando alla guida del Paese c’era il padre dell’attuale dittatore, Kim Jong-il, a sua volta figlio del “fondatore della Patria”, Kim Il-sung, i due episodi peggiori. Il 26 marzo un sottomarino di Pyongyang affondò una nave da guerra sudcoreana, la corvetta Cheonan, causando la morte di 46 dei 104 marinai a bordo. Otto mesi dopo, il 23 novembre, l’artiglieria di Pyongyang martellò l’isola sudcoreana di Yeonpyeong uccidendo due civili e due soldati. In quest’ultimo caso Seul rispose al fuoco ma si riuscì a non far partire un nuovo conflitto su larga scala, grazie alle pressioni della Cina, potenza di riferimento per Pyongyang, come gli Stati Uniti lo sono per il Sud. Corea del Sud che comunque ha respinto “l’ultimatum degli altoparlanti” annunciando che proseguirà la sua campagna di propaganda

La Repubblica