Caso Regeni, l’Italia pensa a sanzioni e black list verso l’Egitto

Giulio-Regeni

Cinque miliardi di investimenti, dal maxi giacimento di gas di Zohr al business sull’edilizia e l’energia attorno a Suez. Tanto vale la partita diplomatica che si muove attorno all’omicidio di Giulio Regeni. Una storia che riguarda l’Italia, secondo partner europeo del Cairo dopo la Germania, ma evidentemente tutta la comunità internazionale che, come dimostrano anche le campagne che i giornali americani hanno lanciato in questi giorni sul caso Regeni, ha acceso le luci sul governo di Al Sisi e sui suoi metodi, così come denunciato dalle Ong internazionali.

Non è un caso che tutti i nuovi affari italiani siano stati messi in stand by, comprese le prospettive aperte nella missione dei 60 imprenditori italiani, al seguito al seguito del ministro Federica Guidi, proprio quando il corpo di Giulio fu ritrovato. Ma la famiglia Regeni chiede anche la sospensione degli accordi già in essere, a partire proprio dall’affare dell’Eni che, già ai primi di febbraio, si era mossa per chiedere al governo del Cairo risposte credibili e in tempi brevi. L’invito, evidentemente, è stato disatteso. “E a questo punto non possiamo permettere più errori: l’Egitto deve chiedere scusa. Non c’è accordo commerciale che tenga davanti a una situazione del genere” dice il presidente della commissione Bilancio alla Camera, Francesco Boccia del Pd. A conferma che anche la maggioranza di governo ha capito che la strada è strettissima e non ci sono altre uscite se non quella delle verità. “Una verità – ha attaccato ieri l’avvocato dei Regeni – che il regime nega perché scomoda: hanno torturato un italiano”.

La posta in gioco è, come detto, altissima. La chiamata “per consultazioni” dell’ambasciatore italiano sarebbe un atto politico molto forte. Che, tra l’altro, ha anche un precedente recente: è stato fatto a dicembre 2014 con l’ambasciatore in India per la vicenda dei Marò. “Ma non sappiamo – dicono dalla Farnesina – quanto possa rivelarsi una mossa efficace: in questo momento, proprio per controllare che le indagini vengano fatte come si devono, è necessario la nostra presenza al Cairo”. Un colpo definitivo agli scambi turistici tra i due paesi darebbe invece l’inserimento nella black list della Farnesina dell’Egitto come “paese a rischio”. Sulla carta la nostra unità di crisi si limiterebbe a segnalare che “non sono garantite tutte le condizioni di sicurezza per i viaggiatori “. In realtà significherebbe bloccare i tour operator che, per psicosi ma soprattutto per i premi assicurativi che schizzerebbero alle stelle, chiuderebbero di fatto le rotte con Sharm el Sheik, Hurgada e Marsa Alam che già di fatto sono al collasso rispetto agli scorsi anni. Dopo l’attentato al jet russo a febbraio sono state registrate circa un migliaio di presenze contro le 12.629 di dicembre 2015 e dei 34.404 dello stesso mese del 2014. Un calo registrato del 63 per cento che la vicenda Regeni, dicono i tour operator, spingerà “allo zero”. Alla Bit di febbraio
l’Egitto praticamente non esisteva con il ministro del turismo Hisham Zaazou era stato costretto ad annullare la sua visita a Milano per “impegni improvvisi”. Lo stesso ministro che qualche giorno prima aveva organizzato al Cairo una messa per Giulio: 12 i presenti.

La Repubblica