«Caso Lo Porto, Obama sapeva ma non disse niente a Renzi»

GIOVANNI-LO-PORTO

NEW YORK Obama era a conoscenza della morte di Giovanni Lo Porto e Warren Weinstein, al momento dell’incontro con Renzi il 17 aprile scorso a Washington. Se ha taciuto, è perché era in attesa che la Cia declassificasse la notizia, così come il presidente americano aveva chiesto, e anche per permettere che la comunicazione giungesse prima ai familiari dell’operatore umanitario italiano ucciso nell’attacco.
Il giorno dopo l’inconsueta ammissione pubblica per l’amministrazione americana dell’errore commesso nel raid contro il campo pakistano di al Qaeda, Obama è tornato a vantare «la trasparenza e l’onestà» con la quale il sistema democratico americano ha trattato questa vicenda. La stampa statunitense nel frattempo ha ricostruito tutti i dettagli conoscibili di una vicenda che tuttavia nasconde ancora diversi punti oscuri.
IL BRACCIO DI FERRO
L’attacco è stato lanciato da una squadra di droni operati dalla Cia il 14 di gennaio, e concluso con quello che sembrava un segnale di successo: l’annientamento del compound nella Shawal Valley, una desolata regione montuosa del nord Waziristan. Centinaia di ore di monitoraggio non erano riuscite a rivelare la presenza dei due prigionieri nella base di al Qaeda. In caso contrario, la Cia avrebbe avuto bisogno di una liberatoria firmata da Obama prima di lanciare missili che avrebbero ucciso tra gli altri anche un cittadino americano. In questa operazione invece la Cia ha agito in piena autonomia.
Da lungo tempo l’agenzia sta cercando di sottrarre il lancio di droni in missioni anti terroristiche dalle mani del Pentagono, il quale è tenuto invece ad una comunicazione costante con la Casa Bianca. La missione dello scorso 14 gennaio può essere letta come un capitolo del braccio di ferro in corso tra le due istituzioni americane. A pochi giorni di distanza dall’accaduto, la Cia è venuta a conoscenza della morte di Weinstein e di Lo Porto, anche se in un primo momento si è rifiutata di associarla al bombardamento dei droni.
Il Los Angeles Times scrive che la famiglia Weinstein è stata avvertita a quel punto della probabile morte del loro caro. Se questo è vero, perché si è aspettato dunque altri tre mesi per rivelare quella di Lo Porto? Il particolare non è chiaro, si può solo congetturare che l’intelligence americana abbia tergiversato a lungo prima di ammettere l’errore compiuto, e quindi fornire alla Casa Bianca la versione ufficiale che conosciamo. Solo ai primi di aprile la Cia questa conferma è arrivata, e solo la settimana scorsa l’intera ricostruzione è stata comunicata ad Obama, il quale avrebbe immediatamente richiesto la declassificazione, che è poi arrivata mercoledì scorso.
IL MONITO DELL’ONU
In quel giorno il presidente americano ha telefonato a Renzi per avvertirlo dell’imminenza dell’annuncio, e la notifica è arrivata al nostro governo, come ha confermato ieri il nostro ministro Paolo Gentiloni nel suo resoconto alla camera dei deputati. L’annuncio pubblico del presidente americano, l’ammissione dell’errore e le scuse ai familiari sono un autentica novità in questa guerra asimmetrica dei droni americani, che da anni si trascina tra enormi polemiche e ripetuti insabbiamenti. A chiedere chiarezza è prima di tutto l’Onu, che ieri con la portavoce Stephane Dujarric ha esortato «dai governi piena trasparenza e presa di responsabilità sulle attività antiterrorismo».
La questione nodale è quella dell’utilizzo dei droni, uno strumento letale a basso rischio per chi li lancia, ma spesso imputati di danni collaterali tra la popolazione civile e tra gli stessi americani che si trovano in condizione di prigionia nelle basi dei terroristi. Fino ad ora le nove vittime statunitensi in attacchi lanciati dagli Usa erano ostaggi uccisi dai loro rapitori durante i bombardamenti. Weinstein e Lo Porto sarebbero invece i primi morti per ‘fuoco amico’, o almeno i primi di cui si ha notizia. Dopo un picco di popolarità nel 2010 (128 attacchi, 98 morti nel solo Pakistan) l’uso dei droni è caduto in picchiata (11 finora quest’anno), e la magra figura di quest’ultimo caso sta già rilanciando l’idea di rendere ancora più restrittivo il loro utilizzo in futuro.

IL MESSAGGERO