Camera, fine dei privilegi scure sugli stipendi d’oro

TASSE SOLDI 5

Se la Camera dei Deputati è il tempio della democrazia italiana come mai spende più per i suoi dipendenti che per l’esercito di 630 deputati eletti dagli italiani? Come mai la voce più importante del bilancio di Montecitorio non è quella degli stipendi dei politici ma quella – in impennata – delle pensioni dei dipendenti che assorbe quasi il 25% delle risorse? E, ancora, come mai – a luglio 2014 – la Camera paga una novantina di superstipendi che superano il tetto dei 240 mila euro lordi delle retribuzioni lorde in vigore da maggio 2014 per tutti i dirigenti pubblici? Che a sforare il tetto fossero il segretario generale, Ugo Zampetti (oltre quota 400 mila lordi), e i due vice, non era un segreto. Tanto che il premier Renzi ha sfiorato pubblicamente il tema infrangendo la regola che erige una totale separazione fra il potere esecutivo e quello parlamentare. Ma basta dare un’occhiata al bilancio triennale di Montecitorio appena approvato dalla presidenza per rendersi conto che i nodi della burocrazia parlamentare, la più elitaria di tutte le nostre burocrazie, sono aggrovigliatissimi.
STIPENDI VERTICALI

Il profilo dei 1.475 stipendi dei lavoratori di Montecitorio è ad esempio enormemente verticale: alla Camera una busta paga ogni 16 supera il tetto dei 240 mila euro. Le super-retribuzioni sono concentrate fra i 174 Consiglieri parlamentari (va detto: tutti professionisti di altissimo livello) 89 dei quali hanno più di 20 anni di servizio. A costoro per superare il tetto basta lo scatto (ancora biennale) e una piccola indennità. 
La ”massa” di superstipendi, l’esplosione delle pensioni degli ex dipendenti (assorbiranno ben 236 milioni nel 2015) e la necessità di ridurre le spese hanno spinto la presidenza della Camera ad avviare una trattativa con l’incredibile numero di 11 sindacati che rappresentano il personale. Il piano al quale si sta lavorando è semplice e prevede due mosse. La prima: riportare tutte le retribuzioni più alte sotto il tetto dei 240 mila euro netti. La seconda: ridurre in proporzione tutte le retribuzioni immediatamente vicine al tetto per evitare appiattimenti. Il risultato, che dovrebbe maturare nelle prossime settimane, sarà quello di una riduzione – proporzionata – dello stipendio per il 40% dei dipendenti della Camera. Dimagriranno circa 600 buste paga.
Se succederà davvero sarà un evento. Che potrebbe precedere un’altra rivoluzione: l’accorpamento dei servizi amministrativi di tutti gli organi costituzionali (Quirinale, Camera, Senato e Corte Costituzionale) da varare assieme alla chiusura del Cnel e al nuovo profilo del Senato. Questa operazione comporterebbe l’eliminazione di molti doppioni e risparmi veri, a partire dalla centralizzazione degli appalti. A Montecitorio circola infine un ultimo progetto rivoluzionario: lo scorporo – senza tagli – di tutte le pensioni presenti e future degli organi costituzionali in un fondo presso l’Inps. In pratica il Tesoro verserebbe i soldi delle pensioni degli ex dipendenti della Camera all’Inps e non più alla Camera. Che però vedrebbe il suo bilancio alleggerito del 25% e non sarebbe obbligata a tagliare altre voci per procurare risorse ad una previdenza insostenibile.
Nel frattempo la produttività dei dipendenti di Montecitorio sale: in 300 in meno rispetto al 2008 assolvono la stessa mole (notevole) di lavoro. Così anche la burocrazia italiana più raffinata paga la crisi o, meglio, la scelta di non affrontare i problemi per tempo nascondendosi dietro la cortina fumogena di 11 sindacati.

Il Messaggero