Brennero, scontro Italia-Austria. Roma protesta con Bruxelles

Brennero

Vienna non arretra, Roma contrattacca, protesta per iscritto con l’Unione europea e accusa che la mossa austriaca «non appare suffragata da elementi fattuali». I controlli aggiuntivi al valico del Brennero sono «necessari e giusti», ribadisce però il cancelliere Werner Faymann. È certo che sia «assolutamente fuori discussione» continuare ad accogliere persone senza limiti, salvo che il flusso dei migranti nelle valli tirolesi è azzerato. Da Teheran, Matteo Renzi risponde annunciando di aver chiesto al rappresentante permanente presso l’Ue, Carlo Calenda, di «verificare i passaggi normativi europei per chiedere conto della correttezza di quanto stanno facendo». Quindi parte una lettera da Roma, firmata da Gentiloni (Esteri) e Alfano (Interni). Si auspica una «verifica». Ma è una dichiarazione di guerra.

Al terzo giorno, l’atmosfera si è fatta rovente. Lo sa bene il commissario Ue agli affari Interni, Dimitris Avramopoulos, per il quale «quello che sta accadendo al confine tra Italia e Austria non è la soluzione giusta». L’esecutivo è cauto. Aspettano chiarimenti mentre sulle strade che legano Vipiteno a Innsbruck cresce una barriera da 240 metri che assomiglia a un «muro». Il greco ha parlato alla plenaria dell’Europarlamento. Poi è salito in ufficio e ha chiamato il ministro dell’Interno austriaco, Johanna Mikl-Leitner, chiedendo delucidazioni sulle misure decise. Completato il dossier, Bruxelles si pronuncerà «sulla base della loro necessità e proporzionalità». In fretta.

È una vicenda difficile da comprendere e, per questo, esplosiva. La signora Johanna Mikl-Leitner è la prima a giudicare «incomprensibile» l’agitazione italiana per i lavori al Brennero. A suo avviso, «si è messo in pratica puntualmente quanto già annunciato da settimane e messo sul tavolo in maniera chiara anche la scorsa settimana a Roma». Sulle rive del Tevere la percezione è stata differente. Gentiloni e Alfano comunicano ad Avramopoulos che le misure austriache «inducono a chiedere con estrema urgenza la verifica da parte della compatibilità con le regole di Schengen». A Roma si dubita della necessità, visto che da gennaio sono state 674 le riammissioni dall’Italia all’Austria e 179 quelle nel senso contrario. E anche della proporzionalità: non si vede la ragione della stretta.

La mossa austriaca è preventiva, Vienna si porta avanti col lavoro nel caso in cui gli arrivi lungo la Penisola, dalla Libia o dall’Albania, dovessero farsi copiosi. «È concettualmente sbagliata – spiega una fonte Ue -, perché non serve certo sbarrare una strada per frenare i flussi».

Si rischia una «nuova Idomeni», dice il direttore di Amnesty Italia, Gianni Rufini. Il cancelliere Faymann s’è deciso per ragioni di politica interna. Ha sospeso Schengen (sino al 12 maggio poi ha chiesto la proroga) e messo un tetto agli ingressi, 80 persone al dì. A Bruxelles pensano che, chiusa la rotta balcanica, Vienna dovrebbe aprire e non sigillare i confini. Ha senso. Ma in Europa, di questi tempi, gli egoismi nazionali fanno più strada della ragione.

La Stampa