«Bossetti fissava Yara con occhi da volpe»

Massimo Bossetti

BERGAMO Chi è davvero Massimo Giuseppe Bossetti? Il devoto padre di famiglia che in un colloquio in carcere dello scorso ottobre implora la consorte Marita: «Aspetami, capito? Non mi impicco perché ho una moglie e tre figli che mi credono, vivo per voi e basta». Oppure il carpentiere pronto a tutto per accaparrarsi il lavoro, definito dai colleghi «una persona opportunista e per certi versi cinica», capace di inventarsi la terribile bugia di un doppio tumore al cervello per giustificare le assenze nei cantieri. Un cumulo di frottole con cui si è guadagnato un soprannome: “Il Favola”. Quelle bugie sono state messe in fila dai carabinieri del Ros, nelle 515 pagine di informativa depositate con la chiusura dell’inchiesta sull’omicidio di Yara Gambirasio. E smontate una per una: le telecamere, le celle telefoniche e alcuni testimoni dicono che il furgone del muratore era davanti alla palestra la sera del 26 novembre 2010. Insomma, per la Procura di Bergano il caso è risolto: gettando Yara nel gelo del campo di Chignolo, Bossetti «era consapevole che sarebbe morta».
«DOVEVI DIRMELO»
Anche la fiducia di Marita nei confronti del marito si è progressivamente sgretolata. A luglio 2013 gli chiede delle due lampade settimanali al solarium a 200 metri da casa Gambirasio: «Perché non me lo hai detto?». E man mano che gli investigatori ricostruiscono gli spostamenti del muratore la sera del 26 novembre, lei incalza Massimo: «Ma eri al cantiere quel giorno o no?». E lui: «A mezzogiorno sono andato giù a mangiare alla trattoria Ca Sabrì, hanno in mano una fattura delle 14.30». Ma di quella ricevuta non c’è traccia. «Poi siamo andati tutti a casa – continua Bossetti – perché nevicava o pioveva. Sono andato dal Beppe a farmi fare su quel mensolone che è li a 100 metri, il falegname… ti ricordi?”. Marita sbotta: «Come mai sei finito ancora a Brembate, allora?». Massimo va nel pallone: «Avevo in mano le fatture da dare… no le fatture, le schede carburanti, era il momento delle tasse dei documenti. Qualcosa dovevo pagare…». La donna lo mette alle strette: «Tu eri lì. Non puoi girare intorno alla palestra per tre quarti d’ora, a meno che non aspettavi qualcuno». Il rapporto tra Marita e Massimo è appeso a un filo, lui la implora: «Se vuoi andar via fai quello che vuoi, però non togliermi figli». In uno degli interrogatori Bossetti giura: «Non ho mai incontrato Yara». Eppure c’è una supertestimone che li vede insieme: è Alma Azzolin che, «dopo il Ferragosto 2010 e prima dell’inizio delle scuole», nota una station wagon grigio chiara (Bossetti ha una Volvo metallizzata) nel piazzale del cimitero.
L’INCONTRO
A bordo c’è «una ragazzina con le guance rosse e un apparecchio per i denti. Mi volta le spalle, come se non volesse farsi vedere». L’uomo invece la fissa intensamente, «con degli occhi azzurri che mi ricordavano quelli di una volpe, un atteggiamento che mi ha spaventata». E quando gli investigatori le mostrano una foto della ginnasta, è sicura: «Sì, corrisponde». Così, un pezzo dopo l’altro, la verità del muratore va in frantumi. «Un cassonato in tutto simile a quello Bossetti svolta a grande velocità in via Morlotti proprio nei minuti in cui Yara sta uscendo alla palestra», le celle telefoniche indicano che l’uomo sta girando attorno al centro sportivo. Dopo la scomparsa di Yara, il vuoto: Bossetti «vuole stare alla larga da Brembate» e compra sabbia da un fornitore vicino al campo di Chignolo, «una sorta di salvacondotto per potersi aggirare nella zona». Il 16 giugno 2014 i carabinieri vanno a prenderlo in cantiere, lui accenna a fuggire. «Ho avuto paura».

IL MESSAGGERO