Bossetti alla moglie: «Non ho ucciso Yara, lo giuro sui nostri figli»

Massimo Bossetti

BERGAMO Lo ha spiegato al gip, lo ha ribadito ai suoi avvocati e ora lo dice alla moglie, guardandola negli occhi: «Te lo giuro sui nostri figli, non sono stato io». Massimo Giuseppe Bossetti, dal 15 giugno in cella a Bergamo, incontra per la prima volta Marita Comi, la madre dei suoi tre figli. Entra in carcere a bordo dell’auto di un volontario del penitenziario e per un’ora parla con il marito, accusato di aver ucciso Yara Gambirasio. Lui vuole disperatamente che lei gli creda, sostiene che è un colossale equivoco e che è in grado di spiegare tutto. L’ultimo pensiero, prima di salutarsi è per i tre figli: «Saluta i bambini, di’ loro che tornerò presto».
CACCIA AL FURGONE
La vita di Bossetti e della sua famiglia è congelata a lunedì della scorsa settimana, quando i carabinieri sono andati a prenderlo nel cantiere di Mapello. La sua autodifesa suona quasi come una sfida agli investigatori: «Possono frugare ovunque, tra i miei computer e i telefonini non troveranno niente». Ma le indagini, al momento, puntano soprattutto su un oggetto sequestrato all’artigiano di Mapello: il furgone Iveco Daily già consegnato ai Ris di Parma che martedì prossimo cominceranno le analisi. Si tratta di un mezzo di terza mano, che ha subito diverse modifiche nel tempo e del quale si sta ricostruendo la storia. Quando e come è stato ripitturato, il possibile cambio dei sedili, eventuali trasformazioni tecniche. Ogni manovale infatti adatta il mezzo alle proprie necessità di lavoro e così ha fatto anche Bossetti, introducendo sull’Iveco un particolare che lo rende unico e inconfondibile. Perciò gli inquirenti sono al lavoro sui filmati delle telecamere e stanno analizzano i video raccolti a Brembate e nel raggio di venti chilometri quadrati a caccia di quel furgone, per ricostruire gli spostamenti di Bossetti la sera del 26 novembre 2010. Un’operazione che procede di pari passo con l’accertamento tecnico sulla cella di Mapello, suddivisa in tre coni: uno copre la parte di Brembate tra via Rampinelli, dove si trova la casa di Yara, e le strade adiacenti; la seconda la località Ponte San Pietro e la terza l’area di Mapello, compresa Piana in cui abita il muratore. L’approfondimento sui coni dirà agli investigatori dove si trovava effettivamente Bossetti in quel tardo pomeriggio, se in viaggio verso casa dopo una giornata di lavoro nel cantiere di Palazzago, come ha messo a verbale, oppure in un’area sospetta come quella tra via Rampinelli e via Morlotti.
GLI ULTIMI PASSI DI YARA
Al momento nessuna telecamera ha ripreso quella che per l’accusa sarebbe la prova decisiva: un’immagine che ritrae Yara e il furgone insieme. Ci sono però gli ultimi metri percorsi dalla ragazzina: in un video la si vede mentre esce di casa e imbocca via Morlotti, diretta al centro sportivo. Un percorso che la piccola ginnasta non avrebbe compiuto in direzione opposta, lasciando ipotizzare che sia stata avvicinata dal suo assassino all’uscita della palestra. Ieri pomeriggio i genitori Maura e Fulvio Gambirasio sono andati nello studio del loro legale, l’avvocato Enrico Pelillo. «Un incontro come tanti altri, leggono i giornali e volevano dettagli tecnici», spiega. Tra consulenti di accusa, difesa e parte offesa intanto si preannuncia battaglia. Tra gli esperti nominati dai difensori di Bossetti, gli avvocati Silvia Gazzetti e Claudio Salvagni, c’è anche un genetista che dovrà cercare una spiegazione alternativa per la presenza di tracce organiche del muratore sugli slip e sui leggins di Yara. La teoria degli strumenti di lavoro sottratti dal verso assassino, secondo gli investigatori, non regge: «Il profilo genetico è stato ricavato dal sangue mischiato di Yara e di Bossetti, non basta il semplice contatto della lama».

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