Asse Napolitano-palazzo Chigi: riforme blindate per l’Europa

GIORGIO NAPOLITANO 6

Il pacchetto è prendere o lasciare, al netto di qualche modifica «cosmetica», come la definiscono a palazzo Chigi. Su Jobs Act e legge di Stabilità il doppio voto di fiducia è scontato, così come la determinazione di Matteo Renzi di chiudere la faccenda nel giro di un mese in modo da ripartire con la legge elettorale. Sarà poi l’ostruzionismo dei grillini a giustificare l’iter accelerato, e sarà la Fiom di Landini e la Cgil della Camusso – come sostiene l’azzurro Osvaldo Napoli – «ad accreditare Renzi in Europa come riformatore».
Nessun diktat da parte del presidente del Consiglio ma la consapevolezza che sul Jobs Act, oltre all’ordine del giorno votato nella direzione del Pd, non si può andare e la volontà di approvare la legge entro metà del mese. Nessuna trattativa, quindi, con il sindacato. Semmai qualche modifica di cosmesi che anticiperà nella legge delega quanto sarebbe stato comunque contenuto nei decreti attuativi. Stesso criterio per la legge di Stabilità dove il governo è al lavoro per ripristinare, con emendamenti o decreti, quanto espunto dalla commissione della Camera presieduta da Francesco Boccia. Correzioni al limite delle sfumature, ma la sostanza della manovra e del Jobs Act non può cambiare. Tutte e due i provvedimenti sono stati decisivi per spuntare a Bruxelles il via libera evitando il fiscal compact, e su tutti e due il premier ha messo la propria faccia insieme a quella del presidente della Repubblica. Da Giorgio Napolitano nei giorni scorsi non sono mancate parole di sostegno alla legge di Stabilità. «Ci sono misure importanti per la crescita, sia direttamente per quel che riguarda le politiche di investimenti, sia indirettamente per quello che riguarda la riduzione della pressione fiscale», ebbe a dire a metà ottobre a margine del vertice Asem. Un endorsement importante alla vigilia della presentazione della manovra a Bruxelles al quale ha fatto seguito un esplicito sostegno al Jobs Act definito «un passo avanti». Sostegno al quale va unito un vero e proprio j’accuse – pronunciato il 23 ottobre, nei confronti dei vecchi poteri che frenano le riforme. Pur non entrando nel merito, l’assist in piena regola al governo conferma la sintonia tra i due presidenti che fuori da confini si spendono per rassicurare cancellerie e governi sulla reale volontà del Paese di cambiare. Proprio perché le barricate della Camusso e di Landini finiscono col giovare, a Renzi conviene non smantellarle, ma aggirarle. Tantomeno intende lasciare a esponenti della sinistra Pd – da Civati a Fassina – la soddisfazione di potersi intestare eventuali modifiche da ”spendere” con la Cgil.
PORTE
Meglio continuare la contrapposizione andando oggi a Brescia, per incontrare industriali, operai e visitare aziende e dimostrare che «ognuno deve tornare a fare il proprio mestiere» e che «dalla crisi si esce insieme, imprenditori e lavoratori». Un modo per evocare la coesione nazionale tutto renziano che archivia la concertazione e ridà alla politica un ruolo importante soprattutto in vista di nuove battaglie a Bruxelles. Domani Renzi incontrerà i gruppi parlamentari Pd e a metà mese terrà una direzione del partito. Il ruolo di mediazione con i gruppi è affidato al vicesegretario Lorenzo Guerini che tratta con il presidente della commissione Lavoro. Con coloro, come Cesare Damiano, che hanno chiara la distinzione tra partito e sindacato, Renzi è pronto a discutere. Porte chiuse invece a coloro che – come sostiene un renziano della prim’ora – «sono sull’autobus del 40% e pisciano ogni giorno in testa all’autista». Civati è avvisato.

Il Messaggero