Allarmi bomba sugli aerei: l’ipotesi del messaggio in codice che non avete considerato | Duranti

Sette voli di linea, quattro Paesi, quarantotto ore. Tra il 2 e il 3 novembre una raffica di falsi allarmi bomba ha attraversato i cieli d’Europa: un Wizz Air dirottato a Budapest, due aerei diretti a Varsavia, uno a Murcia, un altro ispezionato a Sofia e due Ryanair, da Lisbona e da Dublino, atterrati a Fiumicino con la scorta dei caccia dell’Aeronautica Militare. Gli ordigni non sono mai saltati fuori. Varsavia legge l’ondata come parte della guerra ibrida attribuita a Mosca e Minsk, senza conferme. Negli stessi giorni un attacco hacker ha mandato in tilt i frigoriferi dei supermercati in mezza Europa, Sicilia compresa: lo sbrinamento è stato attivato da remoto e le celle hanno raggiunto i 50 gradi, sul modello dell’offensiva che il 12 ottobre aveva colpito le catene francesi sfruttando versioni non aggiornate dei sistemi Danfoss. Il 29 ottobre, poi, Binance ha subito il più grande furto di criptovalute della storia: 6,3 miliardi di dollari, con le indagini che puntano verso la Corea del Nord.

Una coincidenza difficile da ignorare, e per Fabio Duranti la serie è appena cominciata. “Ogni giorno ce n’è una. Adesso cominciano anche con gli allarmi bomba, e vedrete che non è finita. Sono assolutamente convinto che dietro ci sia un gruppo di esperti di informatica, né hacker né cracker, persone che vogliono dare un segnale, che dicono: vedete cosa può accadere? Un attacco di questo tipo non lo fai per divertirti o per finire sui giornali. È complesso, molto complesso, in qualche caso anche costoso, perché servono infrastrutture che ti permettano di nasconderti. Per arrivare a questo livello di violazione dei sistemi serve un’organizzazione seria”.

Tre piste, un solo sospetto

Sul tavolo restano almeno tre ipotesi. “C’è il pazzo che vuole finire sui giornali. C’è il fine malevolo, ma la domanda è: malevolo perché? Dove vuoi arrivare? E poi c’è la pista dimostrativa, la più buona tra virgolette: qualcuno che vuole mandare un messaggio senza fare troppo danno alle persone. Certo, qualcuno ci rimette, si buttano tonnellate di roba dai frigoriferi, potrebbe saltare qualche posto di lavoro, ed è sempre una cosa brutta. Però non si parla di vite umane, non sono atti terroristici nel vero senso della parola”.

Va chiarito che non si tratta di un’assoluzione. “Non sto giustificando, sto cercando di dare una spiegazione. Ci può stare che un hacker veramente esperto voglia dire: guardate che vi state infilando in un tunnel brutto, in una strada senza uscita, state in campana. Perché oggi accade a questo, domani può accadere a un sistema sanitario, se verrai curato direttamente in rete”.

L’occhio indiscreto in salotto

Spiare un supermercato è complicato. Spiare una casa, molto meno. “Se vi siete messi una telecamerina dentro casa che poi guardate da fuori, sappiate che quella telecamerina la stanno guardando centinaia e centinaia di persone. Tra gli addetti ai controlli dei server di queste aziende, che nascono come funghi, fanno addirittura dei contest, delle competizioni per l’immagine più interessante, più scabrosa, più maliziosa. Le telecamere sono collegate a un’app, poi le collegano tutte insieme, e lì ci sono le telecamere di tutti quelli che le hanno comprate, installate in casa e messe in rete. Non le vedete solo voi, attenzione: le vedono anche loro”.

Il problema non riguarda soltanto i malware. “Se mettete in rete un qualsiasi apparecchio, c’è qualcuno che ci si connette e può dargli degli ordini. I malware sono software che nascondono codice malevolo per permettere all’autore di prendere possesso del tuo computer e fare quello che vuole: attivare telecamere, microfoni. Ma oggi questa roba sta dentro anche software di uso comune, che malware non sono e che noi stessi abbiamo autorizzato, con i nostri ‘accetta’, ad accendere microfoni e telecamere”.

Il mito della revisione

La replica degli scettici è nota, e altrettanto nota è la risposta. “Poi arriva il Pierino che dice: ma ci sono i controlli, prima che esca un software lo verificano l’ingegner Tizio, l’ingegner Caio, l’informatico di qua e di là. Ma de che? Un esperto in buona fede sa perfettamente che è molto complesso. Se in un’azienda che vende un apparecchio connesso uno degli addetti ha scritto qualche riga di codice per poterci entrare e fare altre cose, chi lo saprà mai? Se accade quello che state vedendo, significa che quei controlli tanto sbandierati vengono bypassati tranquillamente. Altrimenti i frigoriferi non si spegnevano e non arrivavano a 50 gradi. Qualcuno non li ha solo spenti, ha acceso pure lo sbrinatore”.

Nessuna cassaforte digitale

Anche la crittografia, ultimo baluardo, per Duranti non regge più. “Non c’è nulla di sicuro in rete. I Pierini possono sempre dire che è tutto crittato, hash 256, 512, ma oggi, con i sistemi così rapidi della cosiddetta intelligenza artificiale, tutte le criptazioni si vanno a far friggere. I giornali sono pieni di questa roba. Chi ha comprato i Bitcoin? Volevate fare i furbi perché vi dicevano che sarebbero saliti più dell’oro? Adesso quei signori si trovano con una specie di cetriolino in mano”.

Il confine, però, resta netto. “Lì era una questione economica, qui invece è dimostrativa. E proprio perché è dimostrativa, salvo qualche danno, rispetto al vero terrorismo parliamo di danni di lieve entità, dove purtroppo ci rimettono soltanto delle aziende. Questo non significa che sia legittimo, non si dovrebbe fare. Però se ti esponi a questo rischio, il rischio te lo prendi, e purtroppo ci devi convivere”.