Sono giorni storici per la Serbia e, a ben vedere, per tutta l’Europa. Dopo quattordici anni di potere quasi incontrastato, Aleksandar Vučić ha perso le elezioni contro un movimento che non ha un leader, non ha una storia di partito alle spalle e non è nato in un palazzo, ma nelle aule universitarie. Ricostruire come si sia arrivati fin qui potrebbe farci capire molto di più su quello che sta succedendo nel nostro paese nelle ultime settimane e in paesi come Francia e Spagna in cui le proteste dilagano e un cambiamento radicale sembrerebbe essere imminente.
Da Novi Sad alle università occupate
Questa storia parte dal primo novembre 2024. A Novi Sad, la seconda città del Paese, crolla la pensilina della stazione ferroviaria, appena ristrutturata con fondi pubblici. Muoiono sedici persone, tra cui due bambini. Il governo risponde con condoglianze e promesse vaghe, e proprio quel vuoto diventa l’innesco. I cittadini cominciano a fermarsi ogni giorno per quindici minuti di silenzio, e poi sedici, uno per ogni vittima, alle 11:52, l’ora esatta del crollo. Quella pensilina diventa il simbolo di appalti opachi e controlli mai fatti, di un governo mai trasparente e più volte protagonista di controversie legate alla corruzione.
A fine novembre, dopo l’aggressione ad alcuni studenti davanti alla Facoltà di Arti Drammatiche di Belgrado da parte di presunti attivisti filogovernativi, le università si fermano. Gli studenti occupano gli atenei, poi si uniscono i liceali, poi insegnanti, agricoltori, lavoratori. Le richieste sono quasi amministrative: pubblicare i documenti sull’appalto, individuare le responsabilità, perseguire i colpevoli. Il movimento studentesco comincia a strutturarsi: si dà un’organizzazione orizzontale, senza capi, con decisioni prese in assemblee plenarie. È una scelta strategica: senza una testa da colpire, il potere non ha un bersaglio contro cui accanirsi.
La piazza più grande della storia moderna serba
A fine gennaio 2025 arrivano le prime conseguenze: si dimettono il primo ministro Miloš Vučević e il sindaco di Novi Sad. Il 22 dicembre, in piazza Slavija a Belgrado, erano già scese in strada più di centomila persone. Ma è il 15 marzo 2025 il momento in cui il movimento cambia dimensione: tra le 275 e le 325 mila persone riempiono il centro della capitale, la più grande manifestazione della storia moderna del Paese. E proprio quel giorno si consuma uno degli episodi più oscuri di tutta la vicenda.
Durante il raccoglimento in memoria delle vittime, un boato improvviso e la folla in fuga. Molti testimoni parlano di un “cannone sonoro”, un dispositivo acustico per disperdere le piazze. Il governo nega e la procura di Belgrado arriva a indagare l’ipotesi opposta: che sia stata una simulazione organizzata dagli studenti stessi per incolpare il potere. Un ministro evoca persino il reato di terrorismo. Nel frattempo, in due anni, oltre novecento persone sono state fermate in relazione alle proteste e i media vicini al governo hanno definito i manifestanti “terroristi” e “nazisti”.
Dalla stanchezza alla richiesta di nuove elezioni
Dopo il 15 marzo il movimento affronta la fase più difficile: la stanchezza, gli studenti fuori sede che tornano a casa per ragioni economiche, e un governo che continua a resistere. Così gli studenti cambiano passo e lo dichiarano apertamente: non più solo giustizia per Novi Sad, ma nuove elezioni. Marciano a piedi per tutto il Paese per arrivare nei villaggi più isolati, tornano in piazza a Novi Sad per il primo anniversario con oltre centomila persone e riempiono di nuovo Belgrado a maggio 2026 con quasi duecentomila. E nel frattempo, sotto i riflettori, le inchieste e le rivelazioni continuano ad accumularsi.
Generalštab, litio e spyware: le controversie che hanno logorato Vučić
Perché la caduta di Vučić non si spiega con una tragedia sola, ma con una lunga serie di controversie. Primo: il Generalštab, l’ex quartier generale dell’esercito di Belgrado, edificio simbolo della memoria recente del Paese. Una legge approvata dalla maggioranza ne ha permesso la trasformazione in un complesso di lusso, con il coinvolgimento del genero di Trump, Jared Kushner. Secondo quanto riportato dal Guardian, Vučić avrebbe fatto pressioni per togliere all’edificio lo status di bene protetto. Le procure hanno poi incriminato alti esponenti del governo per quella rimozione.
Secondo, il litio. Nel 2022 il governo aveva revocato la licenza a Rio Tinto per la miniera nella valle di Jadar dopo grandi proteste ambientaliste, ma nel 2024 l’ha ripristinata poco prima della firma del partenariato strategico con l’Unione europea sulle materie prime e sulle batterie. Un voltafaccia che aveva già infiammato le piazze, prima ancora di Novi Sad. Terzo, la sorveglianza. Amnesty International ha accusato le autorità di aver usato sistematicamente software di spionaggio contro attivisti e giornalisti, e il Citizen Lab ha segnalato il rettore dell’Università di Belgrado come bersaglio dello spyware Pegasus. Anche il procuratore che indagava sul caso Generalštab sostiene di essere stato preso di mira.
E poi ci sono gli scandali delle ultime settimane legati alle proteste, i più pesanti. Un informatore ha raccontato di essere stato pagato da aziende pubbliche con “incarichi fantasma”, quando in realtà il suo compito era fornire al partito manovalanza per provocare e aggredire gli studenti. Poi sono trapelati presunti messaggi di Vučić in una chat con esponenti di una banda criminale: né lui né il suo partito li hanno smentiti. Vučić ha sempre respinto le accuse di repressione e corruzione, sostenendo che gli studenti siano finanziati da agenti stranieri.
Le dimissioni anticipate e la Lista degli studenti
Ed è qui che arriva il vero colpo di scena politico. A giugno Vučić annuncia che si dimetterà e che andrà a elezioni anticipate. Il 9 settembre scioglie il Parlamento e il 27 si dimette da presidente, dopo aver graziato decine di persone, per candidarsi a primo ministro. La sua è una chiara mossa strategica: aggirare il limite dei due mandati e restare al comando del Paese da un’altra poltrona. Di fronte a lui, la Lista degli studenti, con 250 candidati scelti nelle assemblee universitarie. Nessuno di loro è uno studente: ci sono professori, medici, attori, personalità della società civile, guidati dal cardiologo di Novi Sad Ilija Srdanović. Lo slogan è semplice: “la Serbia o la mafia”. Sulla scheda hanno il numero tre, e il gesto delle tre dita diventa il loro simbolo.
Il 25 ottobre: la sconfitta di Vučić
Il 25 ottobre va in scena quello che molti non avevano previsto. L’affluenza sfiora il 70 per cento, la più alta dal 1992. La Lista degli studenti prende circa il 52,7 per cento, con oltre due milioni di voti, contro il 39 per cento della coalizione di Vučić. Parliamo di circa 140 seggi su 250, quando ne bastano 126 per governare. E poi la scena che nessuno si aspettava: Vučić in diretta tv ammette la sconfitta, “riconosco la vittoria degli studenti”, e annuncia che continuerà la lotta dall’opposizione. Pochi giorni dopo parlerà di un complotto di paesi europei e dello “stato profondo” americano. Intanto a Belgrado, dopo la notte di festa, in migliaia gridano “gli studenti hanno vinto”.
Il Piano studentesco e la politica estera
Ma, a questo punto, acclarata la schiacciante vittoria, cerchiamo di addentrarci nell’identità politica di questo movimento studentesco. Fate attenzione al dettaglio fondamentale: la Lista non è un partito e non ha un’ideologia unica. Il suo programma, il cosiddetto Piano studentesco, è stato presentato il 15 settembre e si articola in undici punti divisi in tre aree: “La Serbia o la mafia”, “Sapere è potere” e “La Serbia cresce con noi”. Dentro ci sono giustizia, lotta alla corruzione, libertà dei media, indipendenza della magistratura, scuola, sanità e costo della vita, con misure su ricerca, agricoltura, contratti a termine ridotti a dodici mesi e contrasto ai monopoli sulle importazioni. Sulla politica estera, invece, il Piano tace e a parlare sono state le dichiarazioni della campagna elettorale. Il 30 settembre la Lista ha annunciato che la Serbia non introdurrà sanzioni contro la Russia, richiamando l’esperienza storica di quelle subite dal Paese. Promette neutralità militare, esclude l’ingresso nella NATO, vuole rapporti più stretti con Unione europea e Stati Uniti senza rompere con Mosca e Pechino, e sul Kosovo ripete il no all’indipendenza, proponendo di riesaminare gli accordi già firmati. Sull’adesione all’Unione la parola spetterà ai cittadini, con un referendum. Secondo l’Economist, si sarebbe spinta anche a promettere lo stop alle esportazioni di armi verso Ucraina e Israele.
Un elettorato diviso tra Bruxelles e Mosca
Sì perché dietro quel programma c’è un elettorato che tiene insieme mondi lontani, dai liberali filoeuropei ai nazionalisti conservatori. Secondo i sondaggi tre quarti dei sostenitori preferiscono l’Ue alla Russia, ma c’è chi, come Dimitar Bechev di Carnegie Europe, ricorda che le voci nazionaliste vogliono tenere Mosca dalla loro parte per via del Kosovo. Bruxelles intanto tende la mano, con von der Leyen e Costa pronti a sostenere le riforme, ma l’8 luglio il Parlamento europeo ha approvato con 468 voti una risoluzione che lega i negoziati con Belgrado all’allineamento sulle sanzioni a Mosca. Adesso il discorso si sposta dal mappamondo alle mura di casa nostra, perché la parola “studenti”, in questi giorni, evoca più di qualche riflessioneanche da noi.
Le piazze italiane: da “No Meloni Day” al nuovo sciopero
Il 16 ottobre il “No Meloni Day” ha portato giovani in piazza in oltre quaranta città, più di quattrocentomila secondo gli organizzatori, con lo slogan “più aule e meno bombe”: edilizia scolastica, spese militari, politiche sull’immigrazione. Il 17 e 18 ottobre è toccato a nuove manifestazioni apartitiche nata sui social contro carovita e bassi salari, finite con vetrine distrutte e saccheggi nel centro di Milano. Poi il decreto sicurezza, i fermi preventivi, il fermo del presunto promotore del movimento 17 ottobre e il 24 ottobre una nuova giornata, circa cinquantamila persone secondo Repubblica, con scontri a Roma, Torino, Bologna e Firenze. La premier Meloni ha condannato le violenze, mentre l’opposizione ha chiesto al governo risposte concrete sulla scuola e sul carovita. E il 30 ottobre è già previsto un nuovo sciopero.
Serbia e Italia: due movimenti a confronto
Ed è qui che sorge la domanda del giorno, che noi, come al solito, lasceremo aperta. In Serbia il movimento è partito da una tragedia precisa e da richieste precise, è rimasto in larga parte pacifico tra minuti di silenzio, blocchi e marce a piedi, ha coinvolto insegnanti, agricoltori e lavoratori, ha resistito due anni e alla fine si è trasformato in una lista elettorale. In Italia, per ora, abbiamo un malessere reale su scuola, prezzi e futuro, ma una protesta nata e diffusasi sul web e sui social, senza leader e senza un progetto condiviso, con una parte che ha scelto la violenza e che ha diviso l’opinione pubblica distogliendo l’attenzione dai problemi reali.
Le due domande aperte: struttura o fuoco di paglia, urne o piazza?
A questo punto ci chiediamo: questi movimenti nati dal dissenso tra le mura di casa nostra, vedi studenti, agricoltori e autotrasportatori, riusciranno a svilupparsi e strutturarsi come quello serbo o si riveleranno soltanto un fuoco di paglia che non è riuscito a darsi continuità? Seconda domanda: i fatti di Belgrado ci stanno dimostrando che il vero metodo per cambiare le cose, per i giovani soprattutto, è la politica, l’esercizio della democrazia, il voto, e che la rivolta, soprattutto se violenta, presta il fianco a strumentalizzazioni e manipolazioni? C’è chi sostiene che vetrine rotte e devastazione nel centro di Milano abbiano delegittimato ogni rivendicazione, e che gli studenti serbi hanno vinto proprio perché alla fine hanno scelto le urne. E c’è chi risponde che nessuno ascolta chi protesta in silenzio, e che anche a Belgrado le dimissioni del premier sono arrivate solo dopo mesi di blocchi. Noi come sempre abbiamo strutturato la domanda, ora sta a voi trovare la vostra risposta.










