“La proposta di Di Battista sui finanziamenti ai giornali è un inizio, ma è incompleta”

Da fine aprile è in corso in Italia la raccolta firme per un referendum abrogativo che punta a cancellare l’ultima proroga sul finanziamento pubblico ai giornali, promossa dall’associazione Schierarsi fondata da Alessandro Di Battista.
La legge del 2019 aveva stabilito la riduzione progressiva dei finanziamenti fino all’azzeramento entro 72 mesi, ma nel dicembre 2023 quel termine è stato esteso a 96 mesi: è proprio questa proroga che il quesito referendario vuole cancellare, riportando la materia al Parlamento. Sommando contributo diretto, indiretto e fondo straordinario, il sostegno pubblico complessivo all’editoria supera i 500 milioni di euro l’anno, oltre 2 miliardi dal 2003 a oggi. Il nodo più controverso riguarda però il meccanismo di assegnazione: i contributi diretti sono destinati per legge a cooperative di giornalisti, enti senza fini di lucro e testate di minoranze linguistiche, ma in molti casi il marchio è della cooperativa mentre redazione, immobili e contratti pubblicitari restano di una società commerciale tradizionale, che incassa così fondi pensati per il pluralismo pur essendo di fatto controllata da un editore con interessi propri. Servono 500mila firme entro 90 giorni dall’avvio della raccolta per arrivare al voto.

Su questo scenario si è inserito Fabio Duranti, che ha voluto smontare un equivoco di fondo: la battaglia, per lui, non dovrebbe essere “finanziamenti sì o no”, ma “finanziamenti a chi”. La sua posizione parte da un principio che considera non negoziabile: l’indipendenza dell’informazione va difesa non per interesse di categoria, ma come diritto del cittadino. “In tutto il mondo civile l’indipendenza dell’informazione va difesa e va difeso il diritto soprattutto del cittadino di conoscere i fatti reali da persone che sono non solo a chiacchiere ma anche di fatto” autonome dal potere politico ed economico. Un principio che, aggiunge, giustifica pienamente un contributo pubblico: “Io voglio essere informato. Pago, contribuisco, aiuto chi mi informa indipendentemente”.

Finanziare chi?

Ma è proprio qui, sostiene, che il sistema italiano tradisce se stesso. “Cosa accade in questo paese? Accade l’esatto contrario, che vengono finanziati quei sistemi che già lo sono da imprenditori in conflitto di interessi”. Una situazione che altrove sarebbe impensabile, spiega, perché “nei paesi realmente civili è proprio vietato dalla legge fare la radio e la televisione se sei proprietario di qualcosa che vada oltre la pizzeria all’angolo”. In Italia, invece, l’indipendenza è diventata un’anomalia da giustificare: “Noi siamo tra i pochissimi, forse gli unici, che ancora sono puri realmente”. Al punto che, quando propone tutele per i media indipendenti, la risposta che riceve suona quasi come un paradosso: “Non li possiamo fare perché siete rimasti solo voi”.

A questo si aggiunge un problema di trasparenza mai risolto: troppi soggetti si definiscono “indipendenti” senza esserlo davvero. “Indipendente di che? Ma i padroni tuoi sono i proprietari di questo, quello, quell’altro”. Una verifica, insiste, sarebbe semplice: “Basta andare in Camera di Commercio e guardate di chi è”.
Da questa premessa nasce la proposta formulata con giuristi e funzionari del MEF: non contributi a fondo perduto, ma crediti d’imposta legati alla produzione effettiva. “Tu per poter accedere a dei benefici devi lavorare, devi produrre, dipendenti, fatturato. Poi ti do un credito perché la tua attività va difesa.” Un emendamento in tal senso, racconta, era stato inserito in una finanziaria sotto il ministro Stefano Patuanelli, salvo essere stralciato di notte: “Quell’emendamento venne tolto una notte all’una e mezza, alle 2 di notte.” Una scelta commentata senza mezzi termini: “Noi non chiedevamo danaro, solo crediti eventuali di imposta sul nostro lavoro. Se non lavoro, se non produco, non ho un vantaggio”.

Anche quella di Di Battista “È una richiesta incompleta, perché non spiega il fatto che la richiesta, se ha un senso, ha un senso nei confronti dei grandi editori, non ha senso nei confronti dei piccoli editori indipendenti.” La sua proposta resta quindi una distinzione netta tra le due categorie di informazione, verificabile con un controllo puntuale sulla proprietà: “Non è difficile, non è complicato voler vivere in un paese civile che difende l’indipendenza e lascia lavorare tranquillamente l’imprenditoria speculativa”.