Il 24 febbraio 2022, giorno dell’inizio dell’offensiva russa in Ucraina, per il corrispondente Rai da Mosca Marc Innaro inizia una vicenda professionale anomala. Dopo anni passati a raccontare la Russia dall’interno, il giornalista si ritrova nella condizione di essere pagato senza poter lavorare, escluso di fatto dal suo ruolo. Ai microfoni di Un Giorno Speciale, Innaro ricostruisce quella fase e il contesto che, a suo giudizio, ha portato alla sua estromissione.
Una vita intrecciata con la Russia
Il rapporto con la Russia, racconta Innaro, nasce molto prima della carriera giornalistica. “Avevo mangiato pane e Russia da quando avevo 18 anni”, ricorda, spiegando come la passione per la lingua e la cultura russa sia nata durante gli studi liceali, quando un professore lo introdusse ai grandi autori della letteratura: Fëdor Dostoevskij, Lev Tolstoj, Aleksandr Puškin e Vladimir Majakovskij.
In quegli stessi anni l’Unione Sovietica era impegnata nell’intervento militare in Afghanistan, e il clima politico internazionale era dominato dalla contrapposizione con gli Stati Uniti. “Quando il presidente americano Ronald Reagan parlava dell’Urss come dell’‘impero del male’, io mi chiedevo come fosse possibile definire così un paese che aveva prodotto quei giganti della letteratura”. Da quella curiosità nasce la decisione di iscriversi all’Orientale di Napoli per studiare lingua e letteratura russa. Un percorso che, anni dopo, lo porterà a diventare corrispondente Rai proprio da Mosca.
“Guardate la cartina della NATO”
Il momento di rottura arriva nei giorni immediatamente successivi all’inizio della guerra in Ucraina. Ospite in diretta televisiva al TG2, Innaro spiega quale fosse la percezione diffusa in Russia sull’allargamento dell’Alleanza Atlantica. “Se volete sapere come la pensano i russi basta guardare la cartina del 1991 e quella di oggi”, afferma. “All’epoca l’Unione Sovietica esisteva ancora e la NATO era molto più arretrata verso ovest. Oggi la NATO è arrivata ai confini della Russia”.
Nel suo intervento ricorda anche la promessa attribuita all’allora segretario di Stato americano James Baker, fatta al leader sovietico Mikhail Gorbachev, secondo cui l’Alleanza non si sarebbe espansa “not one inch eastward”. “Questo non giustifica quello che ha fatto la Russia”, precisa Innaro, “ma spiega il contesto storico che molti fingono di non vedere”.
Il nodo dell’informazione occidentale
Secondo il giornalista, le reazioni alla sua analisi furono immediate. “Per aver detto questa cosa sembrava di aver bestemmiato”, racconta. Il problema, sostiene, riguarda il modo in cui il sistema mediatico occidentale affronta i conflitti internazionali. “C’era un aggressore e un aggredito, e basta. Ma la realtà è più complessa”.
Innaro parla di una crisi del giornalismo mainstream, che a suo giudizio avrebbe rinunciato al ruolo critico nei confronti del potere politico. “La stampa non è più il cane da guardia”, afferma. “Quando entrai in Rai trentacinque anni fa, almeno nella politica estera prevalevano il buon senso e la deontologia. Oggi molto meno”.
Il trasferimento e il nuovo incarico
Dopo mesi di inattività forzata, Innaro decide di lasciare Mosca. “Mi pagavano, ma per non fare nulla”, racconta. La soluzione arriva con il trasferimento in Egitto, dove accetta di assumere un nuovo incarico come corrispondente. Una scelta maturata poco prima di un altro passaggio cruciale della cronaca internazionale: l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra nella Striscia di Gaza.
Anche su quel conflitto Innaro invita a guardare alle cause di lungo periodo. “Per quanto orribile sia stata quella carneficina, Hamas non è impazzita dal nulla”, afferma. “C’è una storia che dura da decenni, quella dell’occupazione dei territori palestinesi e della colonizzazione della Cisgiordania. Quando lasciai Gerusalemme nel 2003 i coloni erano circa 200 mila. Oggi sono quasi due milioni”.










