Si avvicina il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, in programma il 22 e 23 marzo. E inevitabilmente, cresce l’attenzione dell’opinione pubblica su un tema che tocca uno dei pilastri dello Stato. Come emerso anche dai primi sondaggi, una parte consistente dell’elettorato appare ancora indecisa, segno della complessità della materia e della necessità di maggiore chiarezza.
Nel corso di Radio Radio Café, l’avvocato Giuseppe Di Palo ha fornito una panoramica generale sui contenuti del referendum. E, in particolare, sulle principali posizioni in campo, spiegando in modo diretto che cosa cambierebbe in caso di vittoria del Sì.
Secondo Di Palo, dal punto di vista oggettivo, il referendum comporta la modifica di sette articoli della Costituzione, anche se i cambiamenti più rilevanti riguardano in particolare gli articoli 102, 104 e 105. Il cuore della riforma è rappresentato dalla separazione delle carriere dei magistrati. In concreto, questo significa che giudici e pubblici ministeri continueranno a essere magistrati. Ma non apparterranno più alla stessa carriera: avranno un concorso distinto e, soprattutto, organi di autogoverno differenti.
L’attuale Consiglio Superiore della Magistratura, oggi unico per giudicanti e requirenti, verrebbe infatti diviso in due: un CSM per i giudici e un CSM per i pubblici ministeri. A questo si aggiunge un altro passaggio centrale della riforma: al CSM verrebbe sottratta la funzione disciplinare, cioè il potere di valutare e sanzionare eventuali illeciti dei magistrati. Tale competenza sarebbe affidata a un nuovo organo costituzionale, l’Alta Corte disciplinare, che avrebbe esclusivamente questo compito.
Referendum Riforma della Giustizia – Le ragioni del sì e quelle del no
Di Palo ha spiegato come i sostenitori del Sì vedano in queste modifiche un rafforzamento delle garanzie del processo penale, così come previste dalla Costituzione. In particolare, la separazione delle carriere renderebbe ancora più evidente la terzietà del giudice, cioè la sua distanza dalle parti in causa. Oggi, ha osservato l’avvocato, giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa “casa”: anche ipotizzando la massima correttezza di tutti i magistrati, dall’esterno può nascere la percezione che questa vicinanza riduca, almeno in astratto, la distanza tra chi accusa e chi giudica.
Sul fronte opposto, i sostenitori del No esprimono invece una preoccupazione precisa. Il timore è che, una volta modificati gli articoli della Costituzione, anche attraverso successive norme di carattere generale, il pubblico ministero possa finire assoggettato al potere politico. È questo, secondo Di Palo, il punto centrale della critica mossa da chi si oppone alla riforma.
Un quadro complessivo che mette in evidenza come il referendum di marzo non sia soltanto una scelta tecnica, ma una decisione che incide profondamente sull’equilibrio tra poteri, sul funzionamento della giustizia e sulla percezione di indipendenza del sistema giudiziario italiano.
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