I robot umanoidi sono ormai di moda, ma la loro forma umana non risponde a un’esigenza tecnica: serve a impressionare, ad attrarre investimenti e a preparare l’opinione pubblica a scenari futuri in cui le macchine potrebbero sostituire, o persino soppiantare, l’uomo. Dietro questa operazione ci sarebbero gli interessi di governi e grandi capitali, intenzionati a normalizzare gradualmente l’idea del robot umanoide, un po’ come nella metafora della rana bollita: farla apparire quotidiana, familiare, quasi da tifare. Per poi rimanerci ‘secchi’.
Il “record” del robot: una notizia gonfiata
Esempio concreto: la notizia di un robot umanoide che avrebbe corso i 100 metri in 9,32 secondi, battendo il record di Bolt (9,58). Il Corriere della Sera parla di primato ‘stracciato’, ma il paragone non regge: una macchina senza muscoli né fisiologia non è comparabile a un atleta, semmai a un’automobile. L’accostamento serve solo a generare click e contribuisce a un progressivo appiattimento critico dei lettori.
Un filo comune: la polemica sul politicamente corretto
Sul fronte culturale, riemerge il dibattito sulla cultura woke e il Prof. Iannello ci porta degli esempi in diretta, stavolta criticata anche da chi l’ha sempre difesa (ambienti progressisti USA, Giuseppe Conte in Italia). Marco Travaglio, in un editoriale, critica un articolo di Chiara Valerio su Repubblica – risposta a Conte – definendolo confuso, mescolando diritti civili e chiacchiere da bar. Il problema di fondo è perciò la mancanza di un controllo editoriale che filtri contenuti deboli, lasciati invece ai lettori che, per pregiudizio verso i critici del woke, li assorbono senza spirito critico.
Entrambe le vicende – il falso record del robot e la polemica sul politically correct – mostrano lo stesso rischio: un’informazione che, invece di stimolare il pensiero critico, produce lettori e spettatori passivi.










