“Conte in Commissione Covid: vi spiego il cavillo che gli permette di stare dov’è” | Carlo Iannello

Il caso delle dimissioni a tempo di Giuseppe Conte dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid continua a tenere banco. Il leader del Movimento 5 Stelle, e premier al tempo della pandemia, ha scritto più volte ai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, e da ultimo direttamente al presidente della Commissione Marco Lisei (FdI), chiedendo che venga fissata una data per la sua audizione. La condizione posta da Conte è dimettersi da componente solo a ridosso dell’ascolto, per poi essere reintegrato subito dopo. Il precedente citato dalla maggioranza è quello di Galeazzo Bignami, dimessosi senza condizioni per rendersi disponibile ad essere ascoltato sui fatti inerenti alla gestione pandemica del Covid 19.

L’analisi costituzionale di Carlo Iannello

Fabio Duranti ha chiesto spiegazioni sul contrasto tra audito e commissario al costituzionalista Carlo Iannello, intervenuto a Un Giorno Speciale. Iannello ha parlato di “una vicenda kafkiana”, spiegando che il principio alla base della richiesta di dimissioni è semplice: “La commissione è il soggetto inquirente, allora il soggetto inquirente non indaga se stesso”. Ma Iannello ha ricordato che si tratta di prassi, non di legge: “Nel diritto costituzionale ci sono le convenzioni, ci sono le prassi, ci sono le consuetudini. Però le consuetudini a un certo punto regolano la vita degli organi, perché il diritto costituzionale è flessibile, ma alle volte vengono interrotte, vengono modificate, vengono cambiate”. Come esempio di rottura di una prassi consolidata ha citato la nomina di Mario Draghi, arrivata “senza il giro di consultazioni che invece era consuetudine costituzionale che si facesse”.

Su questa base, il costituzionalista ha ipotizzato un sottoprincipio: “La commissione inquirente – ma il singolo membro non è inquirente perché non è il tutto – potrebbe essere audita in commissione perché è una parte del tutto ma non è il tutto”. Una riflessione che, ha ammesso lui stesso, nasce dal fatto che siamo la patria del formalismo giuridico.