Speciale “La fine dell’UE”: “Vi spiego come l’Euro ci ha riportato indietro di 40 anni” | Gabriele Guzzi

Un’unica moneta per tutti. Chi ha pensato che fosse una buona idea ha puntato tutto sul “tutti insieme forti”, senza considerare che potesse invece finire diversamente sulla base di problemi ben più complessi. Le regole sono uguali per tutti: un governo superiore osserva come i governi membri utilizzano i propri denari. Il criterio è quello del pareggio di bilancio. Lo Stato, fatto di persone, crisi e difficoltà, viene trattato come un’azienda: se il bilancio va in negativo, può arrivare la punizione (la nota procedura d’infrazione). Una politica economica che prende le distanze, ad esempio, da quella keynesiana, dove la spesa pubblica è la protagonista e dove il debito pubblico non costituisce l’unico parametro possibile. Da ormai più di vent’anni siamo confinati in uno schema di pensiero economico che non ha precedenti. E’ la parabola che Gabriele Guzzi, economista, ha raccontato recentemente in una conferenza al Monk di Roma.

“La fine dell’Unione Europea? Economia e geopolitica ai tempi dell’Eurosuicidio: come salvarci?”

Sui contenuti del suo nuovo libro “Eurosuicidio: Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci” (pubblicato da Fazi Editore), Gabriele Guzzi ha spiegato come il sistema europeo della moneta unica può aver limitato il potere decisionale dei suoi Paesi membri. Un’economia “non morta”, ma neanche “viva”. Un’economia “zombie”, la chiama così l’economista, che in Occidente ci limitiamo a “imbellettare”.

Eravamo passati dall’inizio della fine della guerra alla fine degli anni ’80, dal 40% del PIL pro capite all’85% di quello statunitense, dall’80 al 100% di quello tedesco, cioè eravamo ricchi come i tedeschi. Esattamente in quegli anni in cui ci dicevano che avevamo la liretta, eravamo ricchi come la Germania. Alla fine del 2022, il nostro PIL pro capite, rispetto a questi altri Paesi, era pari a quello che avevamo nel 1966 per il Regno Unito, del ’62 per la Francia, del ’61 per gli Stati Uniti e per la Germania. Cioè l’Euro ci ha riportato indietro praticamente di 40 anni nello sviluppo economico relativo“.

“Abbiamo fatto più austerità di tutti”

La dottrina è abbastanza semplice, dice Guzzi, “se uno va a vedere i dati e conosce delle chiavi teoriche utili, non quelle che purtroppo spesso ti insegnano all’università, in cui l’ambito economico è stato dominato spesso da teorie economiche funzionali a preservare questo ordine politico. Il fatto molto semplice: è che tutte le fonti di domanda aggregata del nostro Paese si sono bloccate. L’economia non va avanti se non c’è la domanda“, che non c’è se il potere d’acquisto è insufficiente. E il mito degli italiani spendaccioni? “Noi facciamo austerità più di tutti. Noi abbiamo fatto 1.300 miliardi di avanzi primari dall’inizio degli anni ’90, la più grande politica di austerità dell’intero mondo avanzato. E ci dicono che noi siamo gli sperperoni d’Europa. 1.200 miliardi vuol dire che lo Stato vi ha sottratto 1.200 miliardi in più tasse e in meno servizi“.

Una teoria che non ha nulla di complottista o di estremista. Ne parlò lo stesso Mario Draghi in un’aula del Senato nel marzo dell’anno scorso. L’ex presidente della BCE giustificò così il taglio dei salari e della spesa pubblica voluto per anni dalle élite europee: “Svalutammo i salari per essere più competitivi“, disse. “In quel momento credevamo avrebbe funzionato“.

L’altro mito dell’export

Il successo delle esportazioni è un altro di quei temi ripetuti da chi si oppone al discorso critico contro il sistema Euro. Secondo Guzzi, chi lo presenta come successo dimentica però che “se vediamo come il tasso di crescita era prima, noi andavamo molto meglio. Perché le esportazioni vanno tutto sommato bene rispetto alle altre? Perché abbiamo talmente svalutato il lavoro interno che siamo tornati competitivi sul piano internazionale. Per 15-20 anni abbiamo avuto una dinamica delle esportazioni ben peggiore di quella che avevamo prima dell’Euro, quando con una valuta che si poteva riequilibrare in base alle dinamiche di prezzo interne, poteva assicurare una migliore dinamica della competitività“.

In sostanza, “non è che abbiamo smesso di crescere perché ci siamo dimenticati come si cresce, perché siamo diventati cattivi, perché siamo diventati pigri, perché siamo diventati mafiosi. Non è così. Per queste ragioni molto tecniche. E infatti gli unici 2 anni, 3 anni, in cui le regole europee sono state sospese, cioè dopo la pandemia, l’Italia è cresciuta più di tutti gli altri Paesi“.