Nel big match di Serie A tra Inter e Juventus, l’espulsione di Pierre Kalulu dopo il presunto contatto con Bastoni ha innescato una polemica che ha rapidamente superato il perimetro del campo. Un episodio amplificato dai limiti del protocollo VAR sui secondi gialli e dalle reazioni a catena che hanno investito arbitri, club e dirigenti. In questo contesto si colloca l’intervento di Massimo Moratti, storico ex presidente dell’Inter, ai microfoni di Radio Radio Lo Sport, che invita a ricondurre il caso a una dimensione di misura.
L’espulsione e l’effetto sulla partita
Moratti parte dall’impatto tecnico dell’episodio, senza negarne il peso ma ridimensionandone l’esito complessivo: “Un’espulsione in una partita così importante può determinare la partita. Invece è sembrato che la Juventus reagisse bene lo stesso, facendo una buona partita anche in dieci”. Il punto, per l’ex presidente nerazzurro, non è cancellare l’incidenza dell’arbitraggio, ma evitare che un singolo fischio diventi la spiegazione unica di ciò che avviene sul campo.
Il contatto, la caduta e la percezione
Entrando nel merito dell’azione, Moratti distingue tra gesto e reazione: “Si tratta di un braccio davanti che lo frenava: anche se soltanto toccato, aveva il diritto di sentirsi disquilibrato e di cadere”. Ma subito dopo individua il nodo della vicenda: “Siamo tutti d’accordo che la caduta è stata incredibile, è andata oltre quello che poteva essere il fastidio avuto dall’avversario, e lì sta tutta la cosa”. È in questo scarto tra contatto e rappresentazione che, secondo Moratti, nasce l’effetto domino che porta al cartellino.
L’arbitro e la responsabilità “relativa”
Sul direttore di gara il giudizio è netto ma non punitivo: “L’arbitro ha una colpa relativa, perché vedendo l’azione in velocità l’impressione è che ci fosse stato un fallo”. Per Moratti, l’errore è figlio della dinamica e dell’impatto visivo, non di una volontà distorsiva. Da qui la critica all’etichettatura immediata del gesto come atto deliberatamente scorretto: “Ho parlato di un eccesso di entusiasmo: davanti a una situazione che non poteva lasciarsi scappare”.
L’arbitro e la responsabilità “relativa”
Sul direttore di gara il giudizio è netto ma non punitivo: “L’arbitro ha una colpa relativa, perché vedendo l’azione in velocità l’impressione è che ci fosse stato un fallo”. Per Moratti, l’errore è figlio della dinamica e dell’impatto visivo, non di una volontà distorsiva. Da qui la critica all’etichettatura immediata del gesto come atto deliberatamente scorretto: “Ho parlato di un eccesso di entusiasmo: davanti a una situazione che non poteva lasciarsi scappare”.
Reazioni, vittimismo e misura
Il bersaglio finale è l’escalation verbale seguita all’episodio: “La reazione della Juventus è quella di una squadra bastonata dalla mattina alla sera, povera vittima del calcio. Mi è sembrato che esagerassero, come se il calcio fosse finito”. Moratti richiama all’equilibrio, respingendo la narrazione che trasforma l’episodio in una questione morale assoluta: “Quello che avete visto come un delinquente è tutto esagerato”. E chiude con una nota sulle polemiche esterne, citando anche l’intervento di Damien Comolli: “Ognuno le ferite le sente più forti o più deboli secondo il proprio fisico”. Una frase che riassume la sua posizione: il caso esiste, l’errore anche, ma il calcio resta un gioco che richiede proporzione prima di giudizi definitivi.









