“Ecco cosa nasconde lo scaricabarile di Draghi sull’UE” | Con Bianchi e Rinaldi

Nel corso di un intervento all’Università di Lovanio, in Belgio, Mario Draghi ha affermato che l’ordine globale nato nel secondo dopoguerra può considerarsi ormai concluso. Da questa premessa, l’ex presidente della Banca centrale europea ha rilanciato la necessità di un’Europa più integrata, arrivando a evocare un’evoluzione in senso federale dell’Unione.
Ne abbiamo parlato in diretta con Antonio Rinaldi e Giorgio Bianchi.

Secondo Draghi, le difficoltà attuali del progetto europeo sarebbero in larga parte riconducibili al contesto internazionale, in particolare alle politiche economiche della Cina, accusata di perseguire un vantaggio competitivo assoluto a discapito degli equilibri globali.

Interessi nazionali

Secondo il Prof. Rinaldi, la crisi europea non deriverebbe tanto dalle scelte di Pechino quanto dall’incapacità dell’Unione di difendere i propri interessi strategici. In particolare, le politiche di iper-regolamentazione adottate negli ultimi anni – dal Green Deal alle restrizioni imposte a settori chiave come agricoltura e industria – avrebbero finito per indebolire la competitività europea, contribuendo a una forma di auto-sabotaggio economico.

In questa prospettiva, non sarebbe corretto imputare all’esterno le responsabilità delle difficoltà dell’Unione. Tutti gli attori globali, dalla Cina agli Stati Uniti, perseguono legittimamente i propri interessi nazionali. Il problema, piuttosto, risiederebbe nelle scelte politiche europee e in chi le ha sostenute nel tempo.

All’ombra della Nato

Il risultato, secondo Giorgio Bianchi, è un’Europa priva di una vera politica estera e di una proiezione strategica autonoma, fortemente condizionata dalla NATO e incapace di agire come soggetto geopolitico unitario. Una struttura percepita come stabile ma sostanzialmente ‘sterilizzata’, incapace di incidere sugli equilibri globali.

Eppure, rimane aperta una questione di fondo: la centralità geopolitica del continente europeo. Nonostante lo spostamento degli equilibri verso Stati Uniti e Asia, l’Europa continua a occupare una posizione geografica e strategica cruciale. Una consapevolezza che, secondo questa analisi, fatica ancora a tradursi in una visione politica condivisa e in una reale capacità di azione.