Il 2026 dell’economia italiana si apre con un debito pubblico che, pur restando imponente, ha smesso di spaventare i mercati. Poi la gente va al mercato e non ha più i soldi per comprare la spesa, ma questo è un altro discorso.
Il debito non è fatto per essere ripagato
Il rigore fiscale del governo e le difficoltà di partner come Francia e Germania hanno ridotto lo spread ai minimi dal 2008. Quindi, sostanzialmente, le disavventure degli altri sono state una fortuna per noi. Il successo delle prime aste dell’anno ha registrato una domanda record da parte di investitori stranieri provenienti da oltre 40 Paesi.
Nonostante lo stock superi i 3.100 miliardi di euro, il giudizio delle agenzie di rating è migliorato, portando fiducia sulla stabilità del sistema italiano. Il Tesoro dovrà raccogliere nel corso dell’anno circa 360 miliardi di euro per finanziare il deficit e rimborsare i titoli in scadenza. È quello che spiego da tanti anni.
Il debito non è fatto per essere ripagato.
Il debito è fatto per continuare a pagare interessi speculativi ai mercati finanziari. Gli investitori esteri stanno compensando il progressivo disimpegno della Banca Centrale Europea, che sta riducendo il proprio portafoglio di titoli di Stato.
Il punto di forza italiano
L’Italia viene ora percepita come un approdo più sicuro e stabile rispetto al passato, attirando capitali anche dalle banche centrali al di fuori dell’Unione Europea. Sono quindi altre banche centrali, non la Banca Centrale Europea, che cominciano a comprare – o comunque comprano maggiormente – titoli di Stato italiani.
A differenza della Spagna, il punto di forza italiano risiede nella stabilità politica e nella continuità della condotta fiscale rigorosa. Tradotto: alzare le tasse e tagliare i servizi. È per questo che ci premiano: perché in Italia si pagano tasse spropositate e si riducono i costi dei servizi di spesa pubblica.
Questa ritrovata, tra virgolette, ‘normalità’ consente una maggiore diversificazione degli acquirenti e un potenziale risparmio sulla spesa per interessi.
La vera sfida resta la crescita del PIL.
Solo investendo in misure pro-crescita il rapporto debito-prodotto potrà essere davvero sostenibile.
Ma come si fa a investire sulla crescita se aumenta la pressione fiscale e si taglia la spesa pubblica? Vi rendete conto che questi giornali dicono l’opposto di ciò che la logica suggerirebbe? Bisogna aumentare la spesa pubblica, tornare a dare soldi all’economia, investire nella domanda interna. Ma sono l’unico che dice queste cose.
Malvezzi Quotidiani – L’Economia Umanistica spiegata bene con Valerio Malvezzi










