Ci sono colpi che non lasciano segni solo sul corpo. Si insinuano più a fondo, scavano nella testa, restano addosso anche quando la pelle inizia a rimarginarsi. Emil Audero sta provando a metabolizzare ciò che è successo allo stadio Zini, durante Cremonese-Inter, quando un petardo gli è esploso a pochi passi, ferendolo fisicamente e scuotendolo interiormente.

Il portiere grigiorosso ha scelto di non fermarsi, di restare in campo, spinto dall’adrenalina e dal senso di responsabilità. Ma l’idea che “sia tutto passato” è solo apparente. La Cremonese gli ha concesso due giorni di riposo e lui ha deciso di allontanarsi per qualche ora dal calcio, circondato dagli affetti più stretti. Perché il racconto di quella domenica va fatto. E porta con sé domande pesanti.

Sulla Gazzetta dello Sport, Audero ha provato a fare il punto a distanza di 48 ore.

Cremonese-Inter, Audero: “Petardo? Ecco come mi sono sentito”

Innanzitutto sto abbastanza bene. Almeno di testa perché ripensando a quello che è successo mi rendo conto che le conseguenze potevano essere molto più gravi. Ma è tutto molto difficile da digerire. A fine partita, una volta scesa l’adrenalina, il collo mi si è irrigidito. Ora va anche peggio perché l’orecchio fa male e pure la schiena è rigida. Nei prossimi giorni farò accertamenti per capire se c’è qualche problema, ma insomma… diciamo che poteva andare anche peggio“.

La tensione, in realtà, era nell’aria già prima del fischio d’inizio. Fumogeni e petardi avevano accompagnato anche il riscaldamento.

Sì, già nel riscaldamento. Ma sono cose che succedono a cui non ho dato peso. In genere sono bengala che non esplodono. Sembrava tutto sotto controllo. Durante la partita ero concentrato, poi giro la testa e vedo quella roba per terra vicino a me. Io non sono un esperto e solo per caso mi sposto seguendo lo svolgimento dell’azione con lo sguardo. Stavo comunque richiamando l’attenzione dell’arbitro, ho fatto pochi passi e poi quel botto tremendo“.

L’impatto è stato immediato e violentissimo.

Un boato, come si mi avessero tirato una martellata all’orecchio, facevo fatica a sentire. Nella gamba destra vedo un taglio, il calzoncino stracciato, e sento un bruciore fortissimo. Non mi fossi spostato, poteva veramente finire molto male“.

Nonostante tutto, Audero ha scelto di proseguire la partita.

L’adrenalina innanzitutto. Ma lo fai anche perché sei in campo, capisci la situazione e non vuoi che finisca in quel modo. Dentro di me non sentivo la volontà di abbandonare. Sospendere la partita per un episodio del genere non mi andava giù. Sapevo di potercela fare. Anche se poi è successo qualcosa“.

Quel “qualcosa” non ha a che fare solo con il fisico.

Non mi era mai successo in carriera. Nel secondo tempo ho avvertito un senso di vuoto. La ferita al ginocchio mi faceva male, ma il problema era dentro di me. Un senso di delusione profondo e poca voglia di giocare. Ero in campo, stavo facendo il mio lavoro che amo da morire. Ma intanto i mei pensieri andavano al luogo dello scoppio. Poco più in là e chissà… la mano, il braccio, o anche peggio. Ho pensato: perché sono in campo? Perché sto giocando? La testa e i pensieri giravano a mille. È stata una sensazione bruttissima“.

Un paradosso, considerando che fino a poco tempo fa faceva parte della rosa dell’Inter campione d’Italia.

Infatti ho pensato: ma perché proprio a me? Ma cosa vi ho fatto?“.

Dopo la gara, il mondo nerazzurro non è rimasto indifferente. A partire dal presidente Marotta, che ha sottolineato il suo fair play.

Ho un ottimo rapporto con società e giocatori. Tutti, a cominciare dal presidente, sono venuti a sincerarsi delle mie condizioni. Erano preoccupati. Nella mia carriera ne ho passate tante. Sono un uomo di campo e quindi volevo proseguire. L’idea di speculare su quello che era successo non fa parte del mio carattere“.

Quando si parla di tifosi, Audero sente il bisogno di fare una distinzione netta.

Facendo una distinzione. I tifosi sono una parte fondamentale del calcio. La loro passione, il loro supporto è irrinunciabile. La stragrande maggioranza dei tifosi è così, anche nei gruppi organizzati. Poi, ovunque, esistono delle eccezioni, piccole minoranze che con il calcio c’entrano poco. Anzi nulla. Nonostante quello che è successo io credo ancora nella parte buona. Anche se certi episodi ormai purtroppo si verificano troppo spesso“.

La solidarietà ricevuta nelle ore successive è stata enorme.

Tanti, tantissimi tra domenica sera e lunedì. Sapere che così tante persone tenessero alla mia salute mi ha fatto bene. Non sono mai stato uno che tende a fare la vittima, ma sentire una vicinanza così grande, una solidarietà così profonda mi ha dato tanta forza“.

Anche in famiglia la preoccupazione è stata forte, come raccontato dalla compagna Federica.

Era preoccupata. Lei e i mei familiari. Li ho tranquillizzati tutti. Ma episodi del genere ti fanno veramente pensare“.

Se potesse parlare direttamente con chi ha lanciato il petardo, Audero non cercherebbe lo scontro, ma una spiegazione.

Gli vorrei chiedere: perché? Qual è il tuo scopo: supportare la tua squadra o fare casino? Perché hai deciso di fare male agli altri e a te stesso? Spiegami il senso di tutto questo…“.

Sulla stessa linea anche il messaggio di Alessandro Bastoni, che ha richiamato il ruolo educativo del calcio.

Ha ragione. Il calcio deve trasmettere valori e ha una forza enorme in tal senso. Il calcio è divertimento, abilità, qualità, impegno e passione. Sono i principi che vogliamo e dobbiamo trasmettere. Ecco perché quello che è successo non è accettabile, specie in un momento delicato come questo. Per il mondo, per la società in cui viviamo. Chi fa cose del genere è giusto che venga punito. Severamente“.