L’incidente del robot Tesla ci dice tutto sul mito del “progresso”

Leggiamo sui principali quotidiani che un robot ha aggredito e ferito un ingegnere della Tesla. Siamo ormai davvero in una situazione paradossale, per certi versi analoga a quella tratteggiata da Matrix, la celebre pellicola del 1999 in cui si mostrava l’umanità ormai soggiogata dalle macchine.

L’intelligenza artificiale in effetti sembra portare a compimento questo processo nefasto.
Processo nefasto che viene naturalmente spacciato con squillo di tromba come “progresso“, e in quanto tale magnificato urbi et orbi.
In termini heideggeriani si tratta del naturale compimento del processo dell’oblio dell’essere e della convergente riduzione dell’ente a fonde disponibile per la volontà di potenza autoreferenziale e nichilistica. L’uomo che si crede signore del mondo diviene in realtà sottomesso, come ogni altro ente, alla potenza illimitata della tecnica, la quale ad altro non mira se non al proprio autopotenziamento illimitato.
Come scriveva Emanuele Severino: “La tecnica consiste nella creazione illimitata di fini”.

In termini hegeliani si tratta poi di una perfetta inversione di soggetto e oggetto. L’uomo, che si pensava soggetto, diviene oggetto e il mondo tecnico, che veniva pensato come oggetto, si erge ora al rango di soggetto autocratico che tutto decide e che all’occorrenza usa violenza contro gli umani. Lo scenario è decisamente distopico con buona pace dei tarantolati della tecnica che continuano indefessamente e con zelo a celebrare ogni ritrovato tecnico come se fosse in quanto tale un progresso.

Ma la vicenda che stiamo discutendo, da mettersi accanto a molte altre dello stesso tenore, ci insegna che il nostro rapporto con la tecnica deve essere critico, a distanza di sicurezza dunque da due estremi opposti e segretamente complementari, che sono l’estremo della tecnofilia compulsiva e della tecnofobia ugualmente compulsiva. Per un verso vi sono coloro i quali, animati da una sorta di sbornia tecnica, celebrano come progresso ogni conquista tecnica, senza vedersi che il progresso tecnicamente amministrato ci porta dritti nell’abisso, nel baratro, o per dirla più poeticamente, nella notte che non ha mattino.

Per un altro verso vi sono i tecnofobi a oltranza, i nuovi luddisti digitali, coloro i quali vorrebbero sbarazzarsi della tecnica spaccandola in termini luddisti.

Ebbene, noi dobbiamo mantenerci a giusta distanza da questi due atteggiamenti evitando gli estremi e cercando il più possibile di mantenere con la tecnica un rapporto sobrio e razionale. Soprattutto potremmo assumere come principio fondamentale della civiltà della tecnica quello secondo cui il buon uso della tecnica è sempre e solo quello che la pone al servizio dell’uomo e della dignità umana.
Viceversa, gli altri usi, quelli che peraltro stanno prendendo oggi il sopravvento, sono intrinsecamente pericolosi, dacché, tornando a parafrasare Martin Heidegger, finiscono per fare dell’uomo semplicemente uno strumento nelle mani della tecnica.
O, come amava a dire Heidegger, un giocattolo nelle mani della tecnica.

La vicenda del robot, che addirittura percuote un ingegnere della Tesla, deve essere davvero di insegnamento per tutti. La tecnica deve essere posta sotto controllo e pretendere di affidarle il controllo significa perciò stesso procedere in maniera rapida verso l’integrale disumanizzazione dell’uomo.

Radioattività – Lampi del pensiero quotidiano con Diego Fusaro