Se ne sentono, eccome, di dichiarazioni in questo periodo straziante, come se dire la propria fosse un segnale obbligatorio di vitalità, anzi di vitalismo, da inviare a una comunità mai così virtuale, che proprio per questo comincia a evidenziare le falle (crepe?) di una società in cui si pretendeva, già possiamo usare il passato, che digitalizzazione fosse sempre e comunque sinonimo di miglioramento o di progresso, in senso lato.

Se ne sentono, se ne leggono e sempre più spesso sono vere e proprie boiate, cose senza senso, irrealizzabili, impraticabili e, in particolare dalla conventicola dei padroni del vapore calcistico, pronunciate sempre e soltanto per cercare di salvaguardare ciò che resta dei loro interessi di bottega, seppur miliardaria come il deficit che ora le si abbatte addosso.

In questo panorama, chi dice cose sensate, ma soprattutto dettate da un minimo di umanità, “rischia” di sembrare saggio. Come gli ultras dell’Atalanta, ultimi in ordine cronologico e preceduti da tante altre tifoserie (non solo quelle di città particolarmente segnate dal dramma) come quella del Brescia o del Cagliari.

Loro, che sono quelli a cui il pallone manca più che ai protagonisti diretti dello show business, stanno facendo la figura più decorosa, non con un buonismo di maniera ma con l’autenticità di una rinuncia, in nome di ciò che ora è non soltanto più nobile, ma soprattutto più necessario. 

Premessa: questo discorso non intende “depenalizzare” tutti gli eccessi o le derive comportamentali di una mentalità che, quando è stato il caso, abbiamo sempre evidenziato e sanzionato. Però bisogna prendere atto, curando poi di averne buona memoria (se non stavolta, quando?), di quei comportamenti e di quelle prese di posizione che ora sanno andare al di là non solo dei singoli e privati interessi (anche ove spacciati per pubblici) ma anche delle singole passioni, che è un atteggiamento altrettanto nobile. 

Perché si valutano gli atti e le opere degli uomini, molto più di ciò che questi ultimi rappresentano. Vale per ogni individuo: da Papa Francesco al “Bocia” della curva bergamasca. E perché il calcio, domani, venga restituito il più possibile a chi sappia custodirlo, invece di spremerlo soltanto. 

Se dovesse sembrare, questo, un discorso utopico o eccessivamente buonista, ne prendiamo atto. Però tenetevi gli atteggiamenti di Messi e di tutto il Barcellona di fronte alla proposta di un “sacrificio” che nel loro caso avrebbe bisogno di milioni, in tutti i sensi, di virgolette

Paolo Marcacci


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