Via il Senato elettivo: il testo del governo varato all’unanimità Il Colle: strada giusta

Senato

Senato non più eletto direttamente dal popolo, riforma del titolo V della Costituzione, abolizione del Cnel. A conclusione di due giornate infuocate da un’inedita polemica tra presidente del Senato e premier espressione dello stesso partito proprio sul futuro della Camera alta, Matteo Renzi rilancia e, almeno al momento, conquista la posta, confermando il piano di riforme del governo, ricompattando su questo il Consiglio dei ministri, ribattendo senza complessi ai «professoroni» e agli avversari interni al Pd contrari a quella che definisce «una grandissima svolta per la politica e le istituzioni». Di passata, rintuzza anche gli spunti polemici dei berluscones contrariati dalla precedenza data alla riforma del Senato rispetto all’Italicum e, infine, in serata, il premier riceve la benedizione del Colle che dopo un prolungato silenzio dà il via libera alla road map del governo. «E’ noto come da tempo», riferisce infatti l’ufficio stampa del Quirinale, il presidente Napolitano sia convinto della necessità di una riforma per «il superamento del bicameralismo paritario», ma che allo stesso tempo abbia «ritenuto di doversi astenere dal pronunciarsi sulle soluzioni definite dal governo e sottoposte all’esame del Parlamento».
La precisazione del Colle pesa nella polemica innescata dall’intervista di Pietro Grasso in difesa dell’attuale status del Senato. Renzi, in un’intervista a Sky, afferma che «non si è mai visto un presidente del Senato intervenire su provvedimenti in itinere: se sono arbitri non possono giocare. Quindi, se Grasso è intervenuto come presidente del Senato ha commesso un errore». Il numero uno di palazzo Madama replicato rivendicando il diritto a esprimere un’opinione, sottolineando, per altro, di aver «sempre invocato il superamento del bicameralismo paritario» e tranquillizzando tutti sulla su «imparzialità» di presidente: «State sereni…», la sua conclusione.
PERPLESSITA’ SUPERATE
In una lunga conferenza stampa seguita al Consiglio dei ministri, Renzi sottolinea innanzitutto l’unanimità del governo nel licenziare il ddl costituzionale che prevede anche la soppressione delle Province, superando così qualche perplessità, come quelle avanzate dal ministro Stefania Giannini (Sc) su metodo e merito della riforma. Quattro i paletti che il premier intende tener fermi su quello che sarà il ”Senato delle Autonomie“: non darà la fiducia al governo; no al voto sul bilancio; no a elezione diretta dei senatori; nessuna indennità per i suoi membri. Affermato che «è finito il tempo dei rinvii», Renzi ribadisce l’importanza che il primo sì alla riforma del Senato arrivi «entro le elezioni europee del 25 maggio». Quanto alle ipotizzate resistenze ad un cambiamento così radicale, il premier si dice certo che «non ci sarà tra i senatori chi non colga la straordinaria opportunità che stiamo vivendo di fronte a un’Italia in cui sta tornando la speranza che le cose cambino davvero».
Rivolto ai «frenatori», che «dopo 30 anni di discussione sul bicameralismo affermano che ”il problema è ben altro“», Renzi dice che «i nomi di chi non vuole il cambiamento li dirò dopo la votazione, ma saranno minoranza nel Senato e nel Paese». Nessun dubbio del premier anche per quel che riguarda il Pd: «Non sono preoccupato da spaccature. So bene cosa pensa la base e gli organismi democraticamente eletti sul superamento del bicameralismo. Ci sarà una grande condivisione del progetto su cui ci giochiamo tutto. Anche perché deve essere chiaro che se le riforme non passano si va tutti a casa. Io, ma anche chi avrà frenato». Infine, a Berlusconi che esprime dubbi sulla «coerenza» del Pd, Renzi replica garantendo per il proprio partito, dicendo peraltro di non dubitare che anche il Cavaliere manterrà fede al patto che – ricorda – oltre all’Italicum, prevedeva la riforma di Senato, Titolo V e Cnel. Liquidati anche i timori di Paolo Romani sul rischio di un Vietnam al Senato: «Hai visto troppi film. Se terremo tutti fede agli impegni non ci sarà nessun Vietnam».

Il Messaggero