Ue, crescita e investimenti nuovo patto Renzi-Juncker

RENZI-JUNCKER

L’«adesso lavoriamo insieme», chiesto per lettera da Jean Claude Juncker a Matteo Renzi, ha prodotto come primo effetto l’incontro tra i due avvenuto nella prima mattina di ieri a Brisbane a margine del G20 australiano. Sul piatto i trecento miliardi di investimenti che il presidente della Commissione ha promesso all’inizio del mandato.
Nella lettera, pubblicata ieri su queste colonne, Juncker chiede al presidente di turno dell’Unione di collaborare per definire non solo le opere sulle quali investire e che ogni paese ha indicato, quanto i criteri di ripartizione e, soprattutto, le modalità di finanziamento. A Jyrki Katainen, vicepresidente della Commissione, il compito di coordinare e raccogliere i progetti d’investimento, ma toccherà al consiglio europeo di metà dicembre fissare priorità e il mix tra quote di partecipazione pubbliche (Ue e stati) e capitali privati. Mentre sull’elencazione delle opere da finanziare l’Italia si è già espressa indicando, attraverso il ministero dell’Economia, l’elenco di oltre duemila progetti dal valore di 40 miliardi, dalla presidenza di turno dell’Unione non è ancora arrivata sui tavoli di Bruxelles nessuna proposta concreta ma solo l’auspicio, espresso dallo stesso ministro Padoan, di «diversificare gli strumenti di finanziamento». Viste le complesse dinamiche del bilancio comunitario sembra difficile si possa attingere dalle risorse esistenti. La situazione finanziaria dell’Unione è infatti oltremodo delicata, come dimostra la difficoltà che sta incontrando il sottosegretario Enrico Zanetti a mettere d’accordo gli altri ventisette colleghi su come recuperare i sei miliardi di buco dell’anno in corso.
LE ALTERNATIVE
E’ quindi facile ipotizzare che si proceda usando le risorse disponibili cercando di sfruttare la leva che può dare la Bei nel reperire nuove risorse. Nella riunione Ecofin dello scorso settembre che si è tenuta a Milano, i ventotto ministri hanno molto spinto sui project bond. Ovvero obbligazioni di scopo emesse da società che realizzano progetti infrastrutturali. La Bei dovrebbe quindi fornire la leva e gli stati dovrebbero attrezzarsi nel reperire capitali privati per realizzare l’opera. Un meccanismo non nuovo, ma che rischia di incontrare le difficoltà di sempre se, oltre, o in alternativa, ai privati, è previsto un intervento di capitale pubblico. La battaglia che Renzi intende condurre sta tutta qui. Ovvero sulla possibilità di scomputo degli investimenti dal debito, almeno per un periodo congruo e che permetta all’opera di entrare in funzione. Archiviate le polemiche sull’Europa dei burocrati, è molto probabile che ieri mattina Renzi e il presidente della Commissione abbiano cominciato a discutere proprio di questo. Indebolito dalla polemica sugli sgravi fiscali concessi dal Lussemburgo a molte multinazionali, Juncker adesso ha bisogno della sponda del leader che di fatto controlla – grazie al numero di eurodeputati – il secondo gruppo del Parlamento europeo, e guida il secondo paese contributore netto della Ue dopo la Germania. Spostare la rotta dell’Europa verso la crescita è per Renzi l’obiettivo principale senza il quale nel 2015 rischia di ritrovarsi ancora con il segno meno davanti alla crescita.
E’ per questo che il governo punta molto sullo scomputo degli investimenti dal debito. Se così non fosse l’effetto sulla crescita del piano da 300 miliardi sarebbe di fatto nullo e il nostro Paese, con la sua mole di debito pubblico, incontrerebbe difficoltà analoghe a quelle che registra nell’utilizzo dei fondi di coesione. Renzi è convinto di riuscire a vincere le resistenze dei falchi del rigore e ad utilizzare la leva pubblica necessaria non tanto per ridurre i costi quanto per garantire i rischi. La mancanza di fiducia, e non la liquidità, è infatti il problema principale del nostro Paese che fatica a convincere i privati ad investire. E’ anche per questo che la Cassa depositi e prestiti ha lavorato con il ministero dell’Economia nella definizione dell’elenco degli oltre duemila progetti inviati a Bruxelles. Il G20 australiano ha confortato Renzi sollecitando l’Europa a riprendere la strada della crescita anche se le tensioni con Putin (che ieri ha disertato il pranzo finale) rischiano di complicare il già fragile tessuto economico italiano. In ogni caso, la conclusione del vertice apre la via a misure «che faranno crescere di oltre 2.000 miliardi di dollari il Pil mondiale, l’obiettivo è una crescita del 2,1% entro il 2018, e creeranno milioni di posti di lavoro».

Il Messaggero