Stones, il rock al Massimo

rolling stones

Non è solo rock ‘n’ roll. C’è di più: è una festa, un pellegrinaggio, è cedere alla seduzione della memoria, è la voglia naturale e un po’ sadica di vedere come se la cavano quattro bad boys diventati ormai nonni a confronto con il loro mito. «Se potessi conficcarmi un coltello nel cuore / un vero suicidio sul palcoscenico / sarebbe abbastanza per voi giovani famelici» canta Mick Jagger nel classico It’s only rock ‘n’ roll, una delle pietre miliari di un concerto spettacolare per forza e resistenza. Gran festa di suoni, con le luci e le rovine della Roma imperiale chiamate a fare da cornice ai resti di quattro imperatori del rock e al loro popolo: settantamila venuti ad omaggiarli con l’idea di rubare un pezzo di storia, in quella che potrebbe essere l’ultima occasione di vederli all’opera.
E che occasione, con un Jagger così gasato. Ha voluto lui il Circo Massimo e sottolinea quanto lo diverta: «Che bello stare a Roma di nuovo. E che posto meraviglioso il Circo Massimo», dice in italiano. Poi si lancia (o si sbilancia) in un pronostico calcistico: «L’Italia vincerà la coppa del mondo. In bocca al lupo per martedì, sarà 2 a 1 con l’Uruguay». Mick dixit: lo aveva già fatto (e ci aveva preso) nell’82 e nel 2006. Ma la maglia di Balotelli non se la infila: probabilmente ha visto la partita contro il Costa Rica. Inarrivabile vanesio (a Roma si dice piacione), ma anche imbattibile performer: canta, salta, suda, balla, trascina i suoi compagni come se avesse ingurgitato una magica pozione. Un fenomeno biologico. Non c’è al mondo altro bisnonno così. Quando sbuca sul palco in giacca dorata, affronta di petto un cavallo di battaglia senza tempo come Jumpin’ Jack Flash, ed è come se non restasse nulla della realtà. Una tempesta di luci rosse e una fiammata di fuochi pirotecnici accendono un palco imponente con tre grandi schermi che dominano il Circo Massimo nell’ appuntamento clou dell’estate romana (organizzato da Rock in Roma e da D’Alessandro e Galli assieme al comune).
Il fuoco (non a caso il tour si chiama On fire) che la band accende, però, non è solo nostalgia. E’ una maestosa prova d’orgoglio. Non importa se Keith Richards, l’altro settantenne della ditta, con la sua chitarra e la sua bandana, si accontenta di mettere in mostra un carisma da eterno sciagurato del rock e prende spazio solo per cantare due pezzi, You got the silver e Can’t be see, mentre Jagger va a riossigenarsi in camerino. E non importa se Ron Wood, il giovanotto della comitiva, continua soprattutto a fumare come un turco. L’altro stakanovista della band, comunque, è Charlie Watts che pesta con energia fra piatti e tamburi per quasi due ore. C’è anche una rimpatriata, visto che torna in famiglia Mick Taylor, 65 anni, parte della ditta dal 69 al 74, e con la sua chitarra si fa sentire in uno dei momenti migliori, Midnight rambler, dieci minuti a tutto gas con Jagger che gigioneggia e suona l’armonica. A sostenere le vecchie rocce del rock c’è un supergruppo con un bassista come Darryll Jones. Una macchina poderosa che racconta 50 anni di storia attraverso un catalogo di pezzi come Let’s spend a night together, It’s only rock’n roll, Tumbling dice, la ballad Streets of love, la più recente Doom and gloom,Respectable, scelta dal referendum fra il pubblico, dove si unisce alla band John Mayer (il cantautore americano che ha aperto con un suo set la serata), Honky tonk woman, Miss you (un altro dei grandi momenti), Gimme shelter, Start me up, la magica Sympathy for the devil, con Mick che scende negli inferi, diabolicamente circondato da fumo, fiamme e luci rosse, una strepitosa Brown Sugar e il gran finale con You can’t always Get what you want, con il Coro giovanile italiano, e l’inevitabile monumento della band, l’epica Satisfaction, ancora con Mick Taylor alla chitarra. Tutti a casa: soddisfatti.

Il Messaggero