Sinodo, la corsa a ostacoli del Papa. Sui divorziati non c’è consenso

CSI DA PAPA FRANCESCO

Sembra sorprendente a molti osservatori esterni che nel 2015 la Chiesa cattolica mondiale, in crisi di consenso e vocazioni in Occidente, in crescita nel cosiddetto terzo mondo dove rimane però minoritaria, scossa dalla persecuzione dei cristiani in Africa e Medio Oriente, alle prese con sfide epocali come le ondate migratorie, la secolarizzazione delle società, gli estremi opposti del consumismo e della povertà, non riesca a trovare la quadra, dopo infinite discussioni, su un tema, apparentemente secondario, come l’ammissione alla comunione dei divorziati risposati. E’ proprio questo, però, il nodo sul quale il Sinodo ordinario, il secondo dopo l’assemblea straordinaria dell’anno scorso, fatica a maturare una opinione comune, ancora a poche ore dal voto, questo pomeriggio, della relazione che conclude, almeno per ora, due anni di percorso sinodale.

La scelta di Jorge Mario Bergoglio ha sollevato il velo su divergenze anche profonde, nella galassia cattolica, in merito alla questione della famiglia. In aula un padre sinodale ha addirittura evocato, per stigmatizzare le aperture verso i divorziati, quel ‘fumo di Satana’ – il diavolo, ossia il divisore – di cui parlò Paolo VI. Gli ha risposto un altro padre sinodale, secondo il quale a introdurre quel ‘fumo di Satana’ sarebbe, semmai, uno spirito partigiano e ideologico che volesse spaccare il collegio episcopale come se il Sinodo fosse uno scontro tra poteri politici. Se neppure su Satana c’è l’unanimità, figurarsi sul resto. Jorge Mario Bergoglio era consapevole che avrebbe creato scompiglio.

Forse non tutte le reazioni erano previste. In Vaticano – lo ha certificato da ultimo l’Osservatore Romano – tre eventi ”mediatici” che hanno accompagnato il Sinodo (il coming out del monsignore gay Krzysztof Charamsa, alla vigilia, la lettera al Papa di 13 cardinali critici nei confronti del metodo sinodale, sbucata su un blog una settimana dopo che Francesco aveva ribattuto, e la notizia, ampiamente smentita, di un tumore del Pontefice, a ridosso della conclusione) sono stati interpretati come altrettanti segnali di una sorta di strategia della tensione tesa a creare confusione, indebolire il Papa, disturbare il Sinodo. Difficile, in realtà, immaginare una unica regia occulta, ma certo, sui giornali se non in aula, i piani si sono sovrapposti. ”Il Sinodo è rimasto al riparo dai veleni e dalle menzogne. E sta dando frutti preziosi per la Chiesa universale”, ha assicurato il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità.

Non è un mistero, però, che questo Pontefice crei allarme in diversi ambienti, dai conservatori preoccupati che cambi la dottrina ai tea party americani che lo accusano di marxismo, da ambienti affaristici indispettiti dalla riforma delle finanze vaticane ai sacerdoti infastiditi dall’appello ad accogliere gli immigrati. ”Il Papa – ha detto il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, quello che stava accanto a lui nella messa sul lungomare di Lampedusa – ha capovolto la piramide, sta ribaltando con il suo sguardo evangelico tanti modi di essere. Queste reazioni per me sono abbastanza naturali, ci si trova scombussolati. C’è chi difende un passato, c’è chi sogna un futuro diverso. Credo che un proverbio rumeno dica: quando la carovana parte, i cani abbaiano. Il fatto che ci siano tante reazioni è proprio il segno che quello che sta proponendo è qualcosa di nuovo e di forte”. La novità forse più forte introdotta dal Papa argentino, ricco della sua esperienza di arcivescovo di Buenos Aires, è proprio il metodo sinodale. Che, in filigrana, significa togliere potere a Roma, restituirlo alle Chiese locali. Non è, in realtà, una novità.

”I dicasteri romani – disse il Papa in una nota intervista alla Civiltà cattolica a sei mesi dal Conclave – sono al servizio del Papa e dei Vescovi: devono aiutare sia le Chiese particolari sia le Conferenze episcopali. Sono meccanismi di aiuto. In alcuni casi, quando non sono bene intesi, invece, corrono il rischio di diventare organismi di censura. E’ impressionante vedere le denunce di mancanza di ortodossia che arrivano a Roma. Credo che i casi debbano essere studiati dalle Conferenze episcopali locali, alle quali può arrivare un valido aiuto da Roma. I casi, infatti, si trattano meglio sul posto. I dicasteri romani sono mediatori, non intermediari o gestori”. Concetto che ha fatto saltare sulla sedia più di un presule della Curia romana. Cosa che si è ripetuta quando, sabato scorso, nel bel mezzo del sinodo, ad una commemorazione pubblica per ricordare proprio la creazione dell’istituzione del Sinodo da parte di Paolo VI cinquanta anni fa, Francesco ha indicato la ”sinodalità” come metodo che la Chiesa deve adottare ad ogni livello, da Roma all’ultima parrocchia, e, in linea con il Concilio vaticano II (1962-1965) ha poi promesso una ”salutare decentralizzazione” a favore delle conferenze episcopali nazionali. Al Sinodo di quest’anno, come a quello del 2014, in effetti, è andata in scena una Chiesa, romana e cattolica, ossia universale, molto variegata. Tra i vescovi tedeschi che propongono soluzioni per i divorziati risposati e i patriarchi mediorientali preoccupati per la persecuzione e la dispora delle proprie comunità, tra gli asiatici che vivono in minoranza e i latino-americani alle prese con povertà e instabilità politica, tra i nord europei che fronteggiano il calo di vocazioni e gli africani che parlano di emigrazioni e poligamia, le differenze sono enormi. La Chiesa resta unica, il magistero è sempre quello, ma i problemi sono diversi, le culture non coincidono, le soluzioni possono divergere. Tanto più su una questione come la famiglia.

Per decenni la Chiesa cattolica non ha discusso apertamente, francamente, anche polemicamente di questo tema. Che veniva riservato agli interventi pontifici o vaticani. Nessuna apertura sui nodi bioetici o le coppie di fatto, nessuna discussione su omosessualità o contraccezione. Come se non ci fossero problemi, come se tutti fossero d’accordo. Eppure, lo ha detto il Papa la prima volta che ha ricevuto la segreteria del Sinodo, ”la famiglia è in crisi”, molti giovani non si sposano, tante famiglie si spaccano, la famiglia è minacciata dall’interno e dall’esterno (povertà, migrazioni, guerre). Se non si affrontava la questione, le divergenze sarebbero montate sorde, e, come ogni bubbone tralasciato, sarebbe potuto esplodere nel prossimo futuro, creando – allora sì – divisioni irrecuperabili, ”fumo di Satana”. Meglio allora affrontarlo di petto, apertamente, collegialmente. Consultando i fedeli con questionari mandati alle diocesi di tutto il mondo, convocando due Sinodi con i vescovi di tutto il globo, chiedendo a tutti di ”parlare apertamente, ascoltare umilmente”.

Aprire la discussione, lasciare che lo Spirito, come si legge nel Vangelo, soffi ”dove vuole”. Anche a costo di qualche scossone. Come sta avvenendo, ad esempio, sul nodo dei divorziati risposati. L’attuale prassi non prevede che una persona che si è risposata civilmente dopo aver fallito un primo matrimonio possa prendere l’eucaristia. Lungi dall’essere un dettaglio disciplinare, il tema ha implicazioni profonde. Tocca la questione di cosa sia l’eucaristia (premio dei fedeli o grazia per i peccatori?), tocca l’idea stessa di Chiesa (tempio riservato ai puri o ”ospedale da campo” per le persone ferite di questo mondo?). Non è possibile trovare una soluzione che metta d’accordo tutti, a un certo momento si giunge a un punto di caduta: in alcuni casi, alla luce del Vangelo, dopo un percorso penitenziale, comprese le motivazioni profonde, una persona in questa situazione può o non può comunicarsi? Le relazioni dei gruppi di lavoro del Sinodo divisi per appartenenza linguistica (circuli minores) hanno prospettato un ventaglio di soluzioni, tra chi prospetta l’accesso ai sacramenti e chi lo nega, tra chi propone di creare una commissione che studi la questione e chi evoca addirittura un Concilio vaticano III per dirimere le questioni dottrinali sottostanti. Il gruppo di lingua tedesco, il più strutturato teologicamente, nonché quello dove siedono pesi massimi del collegio cardinalizio diorientamenti diversi (Walter Kasper, Gerhard Ludwig Mueller, Reinhard Marx, Christoph Schoenborn) ha approvato, all’unanimità, una proposta che indica nel ‘foro interno’ del fedele, accompagnato da un padre spirituale confessore, un percorso che può (non deve) portare, tramite un discernimento distinto caso per caso, ad una situazione di riammissibilità all’eucaristia.

Molti, prima tra i rigoristi poi anche tra i riformisti, ritengono che sulla questione, alla fine, sia il Papa a dover prendere una decisione. Il vescovo di Roma ne è consapevole, ma ha convocato un doppio Sinodo proprio per far maturare un’orientamento con l’aiuto collegiale degli altri vescovi. Se su molte questioni c’è stata convergenza, sul tema, ha detto oggi il cardinale Parolin uscendo dall’aula dopo le ultime discussioni prima del voto di domani, ”è più difficile trovare una sintesi tra posizioni differenti”, ma è ”progressivamente maturata una sensibilità pastorale condivisa”. Il Sinodo oggi si esprimerà, non certo in modo definitivo. Domani il Papa concluderà il Sinodo con una messa in San Pietro. L’otto dicembre, poi, si apre il giubileo della misericordia. Concetto – la misericordia – non casualmente scelto da Papa Francesco per indicare il cardine su cui deve ruotare, a suo avviso, la Chiesa cattolica. E’ in questa cornice che potrebbe maturare un nuovo orientamento, sui divorziati risposati così come sui molti altri temi – la vita coniugale e l’educazione dei figli, la contraccezione e la natalità, le coppie di fatto e la poligamia, i matrimoni misti e le famiglie lacerate dalle migrazioni o dalla povertà – sollevati al Sinodo. La questione è aperta, e già questo non era scontato. Per il resto, solo il tempo dirà come si muoverà il Papa venuto ”quasi dalla fine del mondo”. Che però, lo ha spiegato chiaro e tondo alla messa di ieri mattina a Casa Santa Marta riecheggiando il linguaggio del Concilio vaticano II, ha una certezza: ”I tempi cambiano e noi cristiani dobbiamo cambiare continuamente. Dobbiamo cambiare saldi nella fede in Gesù Cristo, saldi nella verità del Vangelo, ma il nostro atteggiamento deve muoversi continuamente secondo i segni dei tempi”.

ASKANEWS