Salari, il governo gela la Raggi: conti a rischio per gli arretrati

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Salari accessori degli oltre ventimila dipendenti capitolini, bilancio del Comune e piano di rientro imposto dal Governo con il Salva Roma. La sindaca Virginia Raggi varca l’ingresso di Palazzo Chigi per il primo contatto con il Governo. Il premier Matteo Renzi è negli Usa. Ad attenderla c’è il sottosegretario Claudio De Vincenti, la delegazione pentastellata è composta dall’assessore al bilancio Andrea Mazzillo e da alcuni dirigenti, su tutti il capo del personale Raffaele Marra. L’incontro dura un’ora. Al termine del quale la Raggi gioca d’anticipo. E dice: «È stato molto positivo, non sono state rilevate criticità sulla soluzione proposta dal Campidoglio».

LO SCONTRO
Il principale nodo del contendere è il salario accessorio dei lavoratori del Comune di Roma, un esercito di 23mila dipendenti, tra maestre, vigili e impiegati: ci sono alcuni bonus che risalgono al 2015 (circa 30 milioni) che non sono mai stati sbloccati. Ci sono soprattutto i 340 milioni di arretrati contestati dal ministero dell’Economia per i premi a pioggia «indebitamente presi» dai comunali dal 2008 al 2012. Bonus che in teoria avrebbero dovuto essere legati ai risultati, ma che di fatto entravano nelle buste paga in automatico, senza nessun controllo. Tanto che proprio su questo tema c’è un’indagine della Corte dei Conti.

La sindaca dopo il summit dice che avrebbe avuto l’ok a utilizzare «un meccanismo che ci viene concesso visto che siamo riusciti a fare delle economie di gestione». Fin qui la parte grillina del tavolo. Dopo un po’ ecco la nota di Palazzo Chigi. Abbastanza fredda e puntuale: «Il sottosegretario ha ricordato alla delegazione che la questione rientra strettamente nell’autonomia decisionale e nella responsabilità dell’Amministrazione comunale». Un modo per dire: il Comune governa per atti amministrativi e delibere, questa non è la sede giusta per sbloccare una vicenda che ormai è tutta nella pancia del Comune. Che a sua volta si trova a giocare di sponda – in maniera più o meno coperta – con i sindacati. L’incontro con le parti sociali ci sarà venerdì. Senza lo sblocco del contratto decentrato, la situazione potrebbe precipitare: mobilitazioni, manifestazioni e infine, come estrema ratio, lo sciopero generale. Che però potrebbe essere orientato contro Palazzo Chigi più che contro il Campidoglio. Ecco, il gioco di sponda è questo.

Ma è il merito della copertura studiata dalla Raggi che non convince fino in fondo: sfruttare «le economie di gestione» già usate per chiudere la vecchia partita degli arretrati e sbloccare la nuova. Per «economie di gestione già utilizzate» si intendono i risparmi, e cioè i tagli, realizzati dalla vecchia giunta con il piano di rientro imposto nel 2014 dal Governo dopo il decreto Salva Roma. In tutto si tratta di 440 milioni. Un piano che, a dirla tutta, è lontano dall’essere portato a termine: manca tutta la parte relativa alla dismissione delle società non strategiche, che il M5S non vuole vendere.

IL NODO
La soluzione proposta quindi è una partita di giro. Gli altri temi legati al salario accessorio riguardano per forza sempre i numeri. Il Comune si è ritrovato con 220 milioni di debiti fuori bilancio: per coprirli chiede nuovi spazi di patto di stabilità, provenienti dalla gestione commissariale del debito. Una manovra che annualmente accade. Ma anche su questo fronte Palazzo Chigi ha fatto capire che la sede deputata per affrontare la questione è un’altra: «Il tavolo interistituzionale previsto dalla stessa legge e che già opera per monitorare l’attuazione del Piano di rientro». In questa sede si capirà se il travaso di risparmi – il piano nasce con ben altri spiriti – sia possibile riversarlo sul fondo degli arretrati dei dipendenti comunali, che dalla scorsa estate non ricevono la parte accessoria del salario (una media di 200 euro a persona) e che rischiano di non vederselo più erogato per anni per saldare i 340 milioni pregressi. L’asse sindacati-Comune è già iniziato.

Il Messaggero