Roma, la “banda” che boicotta la Befana

Piazza Navona Befana

È una realtà con più di duecento anni di storia alle spalle, quella che in occasione di ogni Natale arreda una delle piazze storiche di Roma: Piazza Navona. Tra la fontana dei Quattro fiumi del Bernini e la chiesa di Sant’Agnese in Agone del Borromini, il giorno dell’Immacolata le famiglie portano a passeggio i bambini per le bancarelle simbolo di un mercato unico come quello della Befana. Ieri, tuttavia, lo scenario era diverso. La piazza piena di gente che spaesata si domandava: «Ma dove sono le bancarelle?». Ad aprire appena 12 spettacolanti e il giostraio, nientr’altro. E questo perché da settimane è in atto un braccio di ferro tra le associazioni degli ambulanti e l’amministrazione di Roma Capitale.
IL DECLINO

Da anni quell’appuntamento che richiama non solo i romani ma attrae folle di curiosi da tutta Italia, ha perso la sua natura, trasformandosi quasi in un suk più che in un mercato legato alle festività natalizie. Banchi di panini con la porchetta, ambulanti impegnati a vendere bracciali e collanine di bigiotteria, artigiani intenti a propinare cappelli e sciarpe di lana. Relegati ai margini della piazza, invece, quegli esercenti che più di altri erano titolati a vendere i propri prodotti. I piccoli presepi, gli addobbi per l’albero di Natale fatti a mano, le calze per i bambini da riempire con i dolciumi ci sono sempre stati, ma da tempo non sono più loro i protagonisti.
IL CASO

Per questo, a dieci anni dall’ultimo bando, l’amministrazione del primo municipio della città ha deciso di cambiare le regole, in accordo con il Campidoglio e con il benestare della Sovrintendenza capitolina che aveva chiesto il ripristino del decoro con una riduzione delle postazioni per i quasi trenta giorni della rassegna. Sicché la presidente del minicomune, Sabrina Alfonsi, ha licenziato lo scorso novembre un nuovo bando. Delle 115 postazioni storiche, quest’anno ne sarebbero state aperte 72, circa il 38% in meno. In più, il bando riportava delle semplici regole: nessun aggravio economico per gli esercenti ma l’obbligo di vendere prodotti legati alle festività natalizie, escludendo quindi tutte quelle mercanzie che per alcuni ambulanti hanno fruttato negli anni incassi d’oro. I criteri di assegnazione del nuovo bando concedeva la precedenza a chi ha almeno dieci anni di anzianità nella piazza. Ma poiché gli ambulanti presenti nel mercato sono tutti attivi da oltre cinquant’anni, per l’assegnazione dei posti l’amministrazione ha scelto di procedere per sorteggio.
GLI AMBULANTI

Tanto è bastato perché le associazioni degli ambulanti di piazza Navona gridasseroo allo scandalo, accusando l’amministrazione di voler boicottare uno tra i più importanti appuntamenti natalizi della Capitale, quando l’intento delle amministrazioni era solo quello di ripristinare la natura di un mercato violentato e il decoro per uno degli scorci più suggestivi di Roma. La stragrande maggioranza dei nuovi assegnatari, entrati in graduatoria, non ha ritirato comunque le concessioni, lasciando di fatto la piazza vuota.
LA FAMIGLIA

A dettare la linea di condotta le due associazioni che gestiscono il commercio ambulante sull’area: l’Apre e l’Associazione ambulanti di piazza Navona, gestite rispettivamente da Alfiero e Mario Tredicine, gli zii del più noto Giordano, consigliere in Campidoglio per Forza Italia. La famiglia Tredicine da anni gestisce il maggior numero di licenze per il commercio ambulante nella Capitale e la linea da seguire impartita agli esercenti di Piazza Navona (una quindicina quelli che all’anagrafe rispondono proprio al nome di Tredicine) è stata inviolabile: «O ci fate aprire tutti – hanno imposto all’amministrazione – oppure nessuno ritirerà la concessione». E così sta andando perché nessuno, neanche quegli ambulanti che volevano montare la propria postazione e iniziare a lavorare, ieri, l’hanno potuto fare. L’amministrazione comunale parla di ricatto che lede anche gli interessi di molti artigiani costretti ora a tenere nei magazzini perfino i prodotti che, da nuovo bando, potrebbero essere venduti. Su tutti grava un’unica direttiva imposta dalle associazioni di categoria. E quella direttiva dev’essere rispettata, «nel nome – dicono molti esercenti riuniti in piazza ieri – della solidarietà». Una solidarietà che , invece, per molti altri ha il solo sapore dell’imposizione.

Il Messaggero