Riforme, il Senato approva l’articolo 10. Le opposizioni: ora resistenza passiva

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Dopo l’approvazione, ieri, dell’articolo 6 del disegno di legge Boschi, sale di nuovo la tensione a Palazzo Madama tra maggioranza e opposizione. In tarda mattinata è stato approvato l’articolo 7, quello relativo ai titoli di ammissione dei componenti del Senato. La norma è passata con 166 sì, 56 no e 5 astenuti. Un’approvazione in tempi rapidi grazie alla decisione di Lega e Forza Italia di ritirare tutti gli emendamenti in cambio della disponibilità del governo ad affrontare nel merito punti più caldi della riforma come, ad esempio, l’articolo 10, passato in serata con 165 sì e 107 no.

Con il via libera al 10, il Senato modifica il procedimento legislativo del nostro ordinamento. Resta il bicameralismo paritario fra Camera dei deputati e nuovo Senato della Repubblica solo per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali (e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche), i referendum popolari, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea. Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati.

L’arbitro Moreno. In Senato si giocherebbe una partita truccata – è l’affondo dei pentastellati – “e con l’arbitro Moreno”. L’accostamento con Byron Moreno arriva in aula dal presidente dei senatori M5s, Gianluca Castaldi che dice, rivolgendosi al presidente del Senato, Pietro Grasso: “Lei ci ha messo all’angolo anche coi regolamenti. Stiamo giocando una partita, pur essendo le forze di opposizione pesantemente maggioranza nel Paese, una partita dove un’unica squadra gioca con dei giocatori in più, e ha visto anche di che genere sono, e con l’arbitro Moreno”. Moreno fu l’arbitro imputato di essere il responsabile dell’eleminazione dell’Italia dai mondiali di calcio in Corea nel 2002 (qui il video). Ma Grasso non ci sta e replica secco: “Non lo consento, è altamente offensivo. Lei è accanto a un esperto e sa bene anche cosa significa, quindi non glielo permetto”. A fine seduta, Castaldi va a porgere le proprie scuse alla seconda carica dello Stato dicendogli: “Le chiedo scusa, presidente se l’ho offesa”. Scuse accettate da parte di Grasso.

La mossa delle opposizioni. “I tempi per discutere ci sono”, aveva avvisato il capogruppo di Fi, Paolo Romani. “Noi ritiriamo 35mila emendamenti” aveva assicurato il leghista Roberto Calderoli “ma ad una condizione: che ci sia, da parte del Governo, una vera valutazione riferita agli articoli 10 e 31. Indico in particolar modo e con puntualità l’emendamento 10.201 a firma Russo, su cui esprimerei sicuramente un voto favorevole. Ora, il Governo, che non gradisce alcune parti di questo emendamento, potrebbe proporre al senatore Russo una riformulazione; in ogni caso saremmo sulla buona strada per trovare una via di uscita”. Se ci fosse quindi questa apertura, aveva proseguito il leghista “rispetto agli emendamenti presentati all’articolo 10, anche su tale articolo sono pronto a riaprire il discorso e a procedere al ritiro degli emendamenti”.

Il ministro Maria Elena Boschi aveva annunciato che il governo avrebbe dato parere negativo su tutti gli emendamenti all’articolo 10 tranne che sui tre emendamenti su cui è stata ammessa la votazione segreta, per i quali il governo si è rimesso all’aula. Alla prima votazione la maggioranza ha tenuto: 169 voti contrari, 106 favorevoli e un astenuto. La maggioranza riesce a tenere anche sul voto di un emendamento presentato dalla minoranza Pd – poi ritirato, ma fatto proprio dai 5 Stelle – tuttavia scende a quota 154 con 113 sì e 3 astenuti. L’emendamento mirava a modificare la funzione legislativa del Senato, riattribuendo alla Camera della autonomie più competenze.

A fronte della posizione assunta dal governo le opposizioni avevano rivolto un “ultimo appello” all’esecutivo e alla maggioranza per aprire un confronto e un dialogo su alcune modifiche da apportare al testo del ddl riforme. La Lega torna ad appellarsi al capogruppo del Pd, Luigi Zanda, e al presidente del Senato Pietro Grasso. Sel, con Loredana De Petris, chiede al governo e alla maggioranza di spiegare almeno i motivi per cui non intende aprire a nessuna riflessione. All’appello si aggiunge poi il Movimento 5 Stelle, anche se Vito Crimi sottolinea che finora dal governo “l’unica risposta è un no totale su tutto. Le opposizioni non hanno neanche un margine per poter intervenire sugli articoli modificati dalla Camera in maniera sostanziale”, conclude il senatore grillino. Stesso registro negli interventi di Mario Mauro e altri esponenti delle opposizioni.

Nella pausa pranzo i capigruppo delle opposizioni ne approfittano per riunirsi e trovare una linea comune da tenere rispetto al dibattito. In un primo momento si era pensato a un Aventino, ossia a un’uscita dall’aula dell’opposizione ma la decisione è poi virata su un’azione di “resistenza passiva”, Romani, confermando la strategia, non esclude la possibilità di rivolgersi al capo dello Stato, Sergio Mattarella: “Lo decideremo domani, vedremo domani”.

Il pallottoliere. Alla ripresa delle votazioni, nel pomeriggio, la maggioranza supera, sì, il primo voto segreto ma scende e perde altri voti: per la prima volta tocca, in picchiata, quota 153. Tanti, sono infatti, i numeri dei senatori contrari all’emendamento Calderoli sulle minoranze linguistiche. I voti a favore sono stati 131, gli astenuti 3. La differenza è di soli 25 voti. La maggioranza tiene anche sul secondo voto segreto, quello sull’emendamento Endrizzi a tutela delle minoranza linguistiche, ma rimane basso il gap con la minoranza: l’aula boccia l’emenedamento con 154 voti contrari, 136 favorevoli e tre astenuti.

La Repubblica