Riforme condivise e investimenti, così l’Italia vuole cambiare l’agenda Ue

EUROPA UE BRUXELLES

La voce potrebbe sembrare generica o rituale: «Presentazione del programma di lavoro della presidenza italiana – scambio di opinioni». Ma in realtà con il punto 5 dell’ordine del giorno della riunione Ecofin (in programma domani a Bruxelles) inizia concretamente lo sforzo del nostro Paese per riorientare vero la crescita le politiche economiche del Vecchio Continente. Uno sforzo impegnativo, in vista di un obiettivo che certo non potrà essere raggiunto entro la fine di quest’anno. Ma Pier Carlo Padoan, forte anche della sua consolidata esperienza di lavoro in organismi internazionali, è deciso a giocare bene le proprie carte.
LA PRIMA VOLTA
Come di consueto l’appuntamento sarà preceduto oggi dalla riunione dell’Eurogruppo – a cui partecipano solo i ministri dei Paesi dell’area della moneta unica – presieduta dal’olandese Dijsselbloem. Invece i lavori dell’Ecofin saranno coordinati proprio da Padoan a nome dell’Italia. È la prima volta che i responsabili delle Finanze si vedono dopo il Consiglio europeo di fine giugno, nel quale in modo anche travagliato è stato affrontato il tema della flessibilità delle regole di bilancio. Ma non sarà questo il punto da cui partirà Padoan. Al centro del lavoro che inizia domani c’è invece il tentativo di costruire il consenso su una griglia di riforme che possano servire all’Europa nel suo insieme ma anche a ciascuno dei singoli Paesi. Riforme i cui effetti siano soprattutto misurabili: sia nel senso di valutare l’impatto sulla crescita economica, sia di quantificare le conseguenze sui conti. Queste ultime nell’immediato possono anche essere anche peggiorative, mentre in una prospettiva di medio termine sarà via via possibile avvertire i benefici. Quando questo approccio sarà definito e precisato, le discussioni sulla flessibilità saranno molto più concrete, meno teoriche. Si tratterà di accettare uno scostamento limitato in cambio di risultati condivisi e non aleatori. E dovrebbe venir meno quella diffidenza che dal caso Grecia in poi (da quando il governo di Atene alterò i propri conti) accompagna qualunque discorso dei Paesi nordici sui comportamenti di spesa di quelli “periferici”. La spesa insomma potrà diventare anche virtuosa.

Il Messaggero