Renzi, riforme congelate fino alle europee

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Da ieri sera è ufficiale: sino al 25 maggio, giorno delle elezioni europee, l’attività riformatrice del governo e del Parlamento segnerà il passo anche perché «se starnutisco dicono che lo faccio per la campagna elettorale». L’annuncio Matteo Renzi lo ha fatto ieri sera presentando una nuova tappa del percorso da rally del suo esecutivo: la riforma della pubblica amministrazione. Una «rivoluzione» l’ha definita il presidente del Consiglio che, con l’annuncio dell’invio di una lettera a tutti i dipendenti della PA, ha di fatto avviato una sfida al sindacato non da poco.

Nella gara di strappi ed accelerazioni, Renzi è imbattibile ma il pacchetto di proposte che ha illustrato ieri insieme al ministro Marianna Madia, tocca una tale massa di interessi e di strutture burocratiche dello Stato, da richiedere non solo una lunga fase di riflessione ma anche l’uso più cauto del disegno di legge delega rispetto al decreto. Il varo del provvedimento, ha spiegato Renzi, avverrà il 13 giugno. Ovvero quindici giorni prima dell’inizio del semestre di presidenza italiana dell’Unione. Lo slittamento del timing delle riforme, accentuato dalle difficoltà che stanno incontrando al Senato le riforme istituzionali e la riforma del mercato del lavoro, rischia di non permettere a Renzi di arrivare all’appuntamento della Presidenza Ue con tutti i compiti a casa già svolti. In gioco non è solo la credibilità dell’ex sindaco di Firenze, ma anche la possibilità di presentarsi, da presidente, alla stagione delle nomine europee con quella spinta necessaria per imporre a tutta l’Unione quel cambio di passo che chiedono, con toni ovviamente diversi, non solo i partiti euroscettici. Il risultato delle Europee diventa quindi decisivo per capire se, dopo la frenata imposta dalla campagna elettorale, il percorso da rally imposto da Renzi al suo esecutivo e alla sua maggioranza potrà riprendere con la velocità di prima. Ieri sera Renzi, nella parte finale della conferenza stampa, confermando il timing della legge elettorale («si procede come detto, no news»), non sembra intenzionato a cambiare il calendario perché «non voglio diventare uno di loro e restare sulla seggiola a tutti i costi». Il «se fallirò vado a casa», magari a fare il «bibliotecario o il professore», aspirazioni confessate a Radio Montecarlo, sarà quindi il leitmotiv del premier che tornerà appieno nelle vesti del Rottamatore che sta a palazzo Chigi solo e fino a quando sarà possibile cambiare il Paese. 

Grillo e il suo movimento sono quindi destinati ad entrare rapidamente nel mirino di Renzi nelle restanti tre settimane di campagna elettorale, mentre Berlusconi resta sullo sfondo perché «ne dice tante e ad alcune non crede neppure lui». La scelta degli elettori sarà quindi tra chi «fa show e se la ride» e il leader di un governo che continua a porre «tasselli della sua sistematica operazione di cambiamento». Obiettivo fare del Pd il primo partito staccando di gran lunga il M5S perché, mette le mani avanti il premier, alle elezioni del 2013 il Pd di Bersani è arrivato secondo, seppur di uno 0,3%.

Il «cambiamento», la «volta buona» e persino «il voto utile per cambiare l’Italia» saranno gli argomenti che Renzi martellerà nelle principali piazze, insieme al mutamento di metodo che ieri sera ha rivendicato anche il ministro Madia: «Noi alle riforme mettiamo una data» entro la quale vanno licenziate. «Nessun diktat» o «arroganza», ma siccome «non siamo al bar-sport», «alla fine si decide». I frenatori sono avvertiti e il nemico indicato al suo partito e alla sua maggioranza è uno solo: il M5S e il suo leader. La tregua interna al Pd e i toni non certo incendiari con i quali il sindacato ha incassato le bordate del premier, confermano le preoccupazioni di un possibile sorpasso grillino e la consapevolezza che dopo il 25 maggio in piedi resterà un solo leader: o Renzi o Grillo.

Il Messaggero