Renzi accelera le riforme richieste dall’Ue

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Una settimana esatta per decidere se, e come, varcare il Rubicone delle riforme «toste». Ieri sera Matteo Renzi, conclusa la vacanza a Forte dei Marmi, è rientrato a Roma.

Da questa mattina ha in programma una sfilza di incontri informali per mettere a punto l’importante Consiglio dei ministri del 29 agosto, ma anche per valutare una volta per tutte con i suoi interlocutori come dosare le quattro riforme decisive per l’Italia e perciò attese in Europa: giustizia, Pubblica amministrazione, lavoro, fisco. Dosi omeopatiche o provvedimenti incisivi? Passo «da maratoneta» come si suggerisce il “nuovo” Renzi, o invece, di nuovo, da velocista?

In parole povere, nell’ultima settimana di agosto, Renzi deve decidere se il “programma dei mille giorni” (che partirà il primo settembre), debba contenere o meno una prima fase: cento giorni nei quali incardinare e provare a chiudere le quattro riforme di struttura. Dilemmi per nulla retorici, ma diventati molto concreti per effetto delle novità che nelle ultime settimane hanno cambiato il contesto nel quale il governo Renzi si trova ad agire rispetto al suo esordio. Il ritorno dell’Italia in recessione e la disponibilità del presidente della Bce ad una politica monetaria espansiva stanno imponendo al governo – questa è la novità – un cambio di passo. Dice Enrico Morando, viceministro all’Economia, uno dei pochi uomini di governo di cui Renzi si fida: «È cambiato il contesto ed è opportuno accelerare. Avevamo stimato – e non solo noi – che nel secondo trimestre il Pil crescesse e invece le cose sono andate diversamente, non solo in Italia. Con una Bce pronta a fare la propria parte, con la Bundesbank che chiede un aumento dei salari tedeschi, con Juncker che propone un piano di investimenti da 300 miliardi, l’Italia deve restare in sintonia, approvando entro l’autunno queste quattro riforme, nella loro versione più incisiva».

Quattro riforme in cento giorni? Morando, “migliorista” piemontese della scuola di Giorgio Napolitano, è uno che misura le parole, eppure il suo crono-programma appare ambizioso. In particolare per la riforma del mercato del lavoro. Dopo la liberalizzazione dei contratti a termine «in attesa» – come è scritto – di una nuova normativa, il governo ha affidato la riforma complessiva del mercato del lavoro ad un ddl delega che contiene, tra l’altro la controversissima disciplina dei licenziamenti.

Il ministro del Lavoro Poletti si è impegnato affinché il Job Act sia legge entro la fine dell’anno, un traguardo decisamente lontano, a suo tempo fissato proprio da Renzi. Ma da allora il passo del Paese ha rallentato e proprio per questo il governo è ora costretto ad accelerare e la novità è che si considera realistica una tabella di marcia che prevede l’approvazione nella Commissione Lavoro del Senato entro settembre e il successivo passaggio alla Camera entro l’autunno. A quel punto il governo avrebbe a disposizione sei mesi per esercitare le deleghe, ma nulla impedisce all’ esecutivo – come suggerisce Morando- «di varare il decreto legislativo nei 15 giorni successivi dal via libera parlamentare».

Naturalmente la “qualità” della riforma sarà determinata da cosa vi sarà scritto e su questo crescono le pressioni (due giorni fa il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino) perché il governo sfidi la Cgil e scelga il modello del contratto a tempo indeterminato a protezione crescente, con la previsione in caso di licenziamento illegittimo di una indennità, cancellando la possibilità del reintegro prevista dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Nel campo della giustizia l’intervento più atteso (in ottica economica) è quello che riguarda le cause civili, sulle quali il prossimo Cdm varerà un decreto con l’obiettivo di dimezzarle; sul piano fiscale, il “consolidamento” degli 80 euro è affidato alla capacità di tagliare nuove fette di spesa pubblica, ma le vere grane – come ben sa Renzi – riguardano la Pubblica amministrazione, dove la differenza tra un intervento maquillage e una riforma di struttura è legata a due snodi: restrizione del perimetro della Pa; responsabilizzazione dei dirigenti.

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