Referendum lo strappo della minoranza Pd: non firma documento. Renzi: ormai si oppongono a tutto

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Sulla richiesta di referendum costituzionale arriva lo “strappo” della minoranza Dem, che non firma il documento presentato dalla maggioranza. Un “no” motivato con ragioni di forma ma la forma, soprattutto in politica, si sa che è anche sostanza. E che, comunque, fa infuriare il premier Matteo Renzi. Ieri la maggioranza di governo, dopo che ieri l’altro lo avevano fatto le opposizioni, ha presentato la propria richiesta di referendum, con in calce 237 firme. Tra cui non figurano, però, quelle dei principali esponenti della sinistra Pd: Pierluigi Bersani, Roberto Speranza e Gianni Cuperlo. Una decisione motivata da ragioni di “galateo” istituzionale, perchè, è la spiegazione, tale richiesta dovrebbe spettare alle opposizioni.

“Ci sono già troppe sgrammaticature per aggiungerne un’altra”, ha spiegato Bersani conversando in Transatlantico. “Io la riforma l’ho votata, quella norma è a garanzia di chi non l’ha votata. Non possiamo sgrammaticare tutti i giorni. E’ un peccato veniale ma è un peccato”. Stessa linea di Cuperlo secondo cui “non c’è un caso politico: leggendo l’articolo 138 mi pare più elegante e anche giusto che la richiesta sia depositata dalle opposizioni, che ahimè, non hanno condiviso le riforme”. E se Ettore Rosato, capogruppo Pd alla Camera, getta acqua sul fuoco, assicurando che il “no” della sinistra alla richiesta di referendum, “non determina nulla, il dato politico è che hanno votato le riforme” e che comunque “il referendum aiuterà a compattare il partito”, dal Messico arriva la risposta, dura, del presidente del Consiglio e segretario: “Ormai non è più una novità. Su alcune questioni possono esserci opinioni diverse, invece dentro il Pd c’è una parte che ormai fa opposizione su tutto, dobbiamo prenderne atto”, ha detto da Città del Messico.

Quella del referendum, ha ricordato Renzi, “è stata una scelta presa tutti insieme per coinvolgere i cittadini. Se qualcuno ha cambiato idea mi dispiace ma non conta. Andremo comunque a chiedere il parere ai cittadini e per essere molto chiari dobbiamo avere il coraggio di dire che queste riforme riguardano il numero dei politici. E’ chiaro che una parte dei politici non vuole cambiare: si riducono le poltrone, il Senato non sarà più un luogo dove prendere gli stipendi, si riducono consiglieri e indennità regionali”. Le riforme invece “sono un elemento di chiarezza che otterrà il consenso dei cittadini perché vanno verso gli interessi dei cittadini. Se qualcuno ha cambiato idea ce ne faremo una ragione e continueremo a lavorare perché dopo 30 anni di chiacchiere è arrivato il momento di fare le cose. Se loro cambiano idea, noi non ci fermiamo e andiamo avanti”. In vista del referendum di ottobre, dunque, il solco nel partito potrebbe approfondirsi. Anche perché l’impegno nella campagna referendaria l’atteggiamento della minoranza democratica sarà tutto da verificare. E questo succederà solo dopo le amministrative: “Ne discuteremo – spiega Cuperlo – bisogna avere una gerarchia di priorità.

La campagna elettorale ora è quella per garantire la vittoria dei nostri candidati a sindaco e l’impegno della sinistra per questo sarà leale e assoluto, come è sempre stato. Del resto ne parliamo dopo”. E lo stesso Bersani liquida la cosa con una battuta: “Il referendum di ottobre? Prima ci sono maggio, giugno….”, elenca sorridendo. In casa Dem si prepara la resa dei conti?

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