Putin sfida ancora la Turchia: “Provino a inviare jet in Siria”

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«Che ci provino adesso, i turchi, a violare lo spazio aereo siriano», forse «hanno abbattuto il nostro jet per dare una leccata in quel posto agli Stati Uniti». Sfida ancora Erdogan usando il linguaggio esplicito, ai limiti del volgare che lo rese celebre ai tempi della Cecenia, Vladimir Putin, nel suo «Putinathon», come lo chiamano i media russi, l’estenuante maratona di fine anno coi giornalisti stavolta più «breve» del solito, 3 ore, ma con l’ennesimo record di presenze, 1400 accreditati.

Un Putin sicuro di sé e delle ragioni della Russia, a tutto campo su Siria e questioni internazionali, che oggi sembrano appassionarlo più dei problemi domestici, crisi economica inclusa. Dirige la conferenza stampa da solo, rubando la parola al fido portavoce Peskov. Cerca in sala un giornalista turco, invitandolo a porre una domanda. E risponde con rabbia: «Non vedo nessuna possibilità di migliorare le relazioni con Ankara», ipotizzando che l’incidente del jet sia frutto di un «qualche accordo» tra Usa e Turchia, «tipo “abbattiamo un aereo russo e voi chiudete un occhio” e noi, metti, “invadiamo l’Iraq e occupiamo una parte del Paese”».

«Non ho bisogno di basi»
Nella sua visione tutto si lega. La base di Latakia divenuta cruciale negli ultimi giorni, si dice, per l’avanzamento delle truppe di Assad verso il confine nord, è un’opportunità per l’esercito russo: «Possiamo allenarci lì senza grossi danni per noi stessi». Insomma conferma, cinicamente, che la campagna di Siria serve a Mosca anche a testare i più moderni armamenti. «Ma la base resterà? E quanto ci costa?» chiede un russo in sala. Putin assicura, il suo mantenimento non incide sulle tasche dei cittadini, «i fondi sono dislocati dal budget della Difesa».

Mosca non intende ridurre le operazioni militari, ma riguardo alla permanenza futura in Siria dice. «Non so se conserveremo la base» rimugina quasi capriccioso. In fondo «se dobbiamo colpire qualcuno, possiamo farlo anche senza base, l’abbiamo dimostrato». Un sospiro ironico sulla nuova coalizione saudita anti-Isis: «Uff, un’altra coalizione? Noi speriamo che non sia anti-russa. Ma non capisco bene a cosa serva, visto che ce n’è già una a guida Usa. Forse hanno contraddizioni interne». Una delle poche frecciate dirette all’Occidente, solitamente abbondanti. Anzi la Russia «sostiene» l’iniziativa degli Stati Uniti per la stesura di una risoluzione Onu, «per quanto possa sembrare strano, le nostre posizioni sono abbastanza vicine», e «forse» anche Damasco «sarà d’accordo».

Meno populista
Negli Usa, però, Putin ha un occhio di riguardo per Donald Trump: «È una persona molto fuori dal comune, di talento. Il leader assoluto della corsa presidenziale». Un modo per irritare la Casa Bianca, che giudica Trump ineleggibile. Ma è un Putin «trasformato da padre della nazione a stratega straniero. E meno populista», nota Tatyana Stanovaya del centro Carnegie. Quasi assente il «culto» dello zar sbandierato in anni precedenti da reporter ossequiosi. Così alle molte domande franche e dirette dei russi (sulla crisi soprattutto ma anche sul delitto Nemzov), risponde a volte a metà. «Signor presidente, in 15 anni al potere avete creato un sistema pericoloso, fitto di privilegi per figli e amici dell’élite. All’epoca vi immaginavate tutto questo?» chiede coraggiosa Katya Vinokurova, giovane oppositrice. «Il picco della crisi è passato» assicura Putin. «Si, ma un anno fa diceste che il peggio sarebbe durato due anni, lo pensate ancora? Gli economisti sono pessimisti», incalza la sala. L’Ucraina è ai margini, ma se Mosca «non ha truppe regolari» nel Donbass, il capo del Cremlino per la prima volta ammette: «N on abbiamo mai detto di non avere gente che si occupa di certe cose, anche nella sfera militare».

La Stampa