Più raid e armi agli iracheni si allarga il fronte anti-jihadisti

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Più raid aerei su Iraq e Siria, più aiuti militari ai gruppi dei due Paesi disposte a lottare contro l’Isis. La decapitazione di David Haines, il terzo prigioniero ucciso così dalle milizie dello Stato Islamico, ha precipitato ieri la risposta emotiva e irata di cancellerie di tutto il mondo, e insieme la determinazione di contribuire all’iniziativa americana per una risposta armata.
La reazione più vibrante è stata quella di David Cameron, fino a ieri schierato a fianco dell’alleato americano, ma ancora riluttante a concedere un aiuto diretto nelle missioni aeree contro le postazioni dell’Isis. A Washington gli ha fatto eco il presidente Obama: «Lavoreremo con il Regno Unito e con un’ampia coalizione di Paesi per portare i responsabili di questo atto barbaro davanti alla giustizia, e per distruggere questa minaccia ai popoli di tutto il mondo». I due leader si sono lamentati per la pratica di pagare un riscatto, seguita da alcuni dei governi alleati in occasione di rapimenti dei loro cittadini.
LA LINEA DELLA FERMEZZA
Di fronte ai cedimenti di altri esecutivi, la linea di fermezza adottata da Usa e Gran Bretagna espone a maggior rischio di morte gli ostaggi dei due Paesi, perché i rapitori sanno che non potranno usarli come moneta di scambio per finanziare le attività belliche dei gruppi terroristici, dentro e fuori dell’Isis.
Il New York Times ieri ha tentato un bilancio provvisorio della consistenza degli aiuti promessi dai Paesi che fanno parte della coalizione promossa dalla diplomazia americana. La situazione è molto fluida, e gli accordi si susseguono con rapidità, insieme agli sviluppi della cronaca. Prima di giungere a Parigi dove domani ci sarà un summit tra gli alleati, il segretario di Stato Usa John Kerry ha assicurato giovedì a Gedda la promessa di collaborazione di 10 Stati della Lega Araba, anche se i contributi specifici restano ancora incerti.
Si suppone che un aiuto operativo possa venire dalla Giordania e dall’Arabia Saudita, entrambe disposte a fornire l’utilizzo di basi di lancio per i raid aerei, e per la formazione delle milizie irachene. La collaborazione tra forze armate americane e saudite ha già avuto un battesimo di fuoco nella guerra del 2003 che portò alla deposizione di Saddam Hussein. Ma la collaborazione tra gli sciiti iracheni e i sudditi sauditi è inedita, e presenta almeno sulla carta problemi di coordinamento.
I BOMBARDIERI IRACHENI
L’Australia invierà almeno otto bombardieri F 16 e 200 esperti militari nella regione, i quali stazioneranno negli Emirati Arabi, in appoggio alle milizie irachene e ai peshmerga curdi. Potrebbero entrare presto a rafforzare le spedizioni aeree che gli americani, su indicazione del governo iracheno, hanno compiuto nella scorsa settimana a difesa della città di Erbil, e delle dighe di Mosul e di Haditha.
L’aviazione di Bagdad ha affiancato queste missioni, ma sabato il premier al Abadi le ha sospese per rassicurare la popolazione sunnita. I suoi bombardieri non hanno la stessa precisione di quelli americani, e nelle ultime settimane hanno inflitto pesanti perdite tra la popolazione civile. Inoltre sono in corso negoziati con i capi militari sunniti perché ribaltino i patti di alleanza che hanno stretto in passato con l’Isis, ed è opportuno che gli incontri avvengano durante una tregua aerea, almeno da parte del governo che rappresenta quelle popolazioni.
Più complesso infine è il rapporto con i francesi, i quali sono disposti ad affiancarsi nei raid sul cielo iracheno, ma non intendono superare il confine con la Siria, Paese che invece nei piani americani sarà teatro di una prossima espansione delle operazioni.

Il Messaggero