Pd: donne capolista e schiaffo ai big

alessandra moretti

ROMA L’hanno saputo in piena notte. «Alessandra, ti disturbo? Che ne dici di candidare cinque donne capilista? Ci stai?», la telefonata verso l’una di Matteo Renzi ad Alessandra Moretti, neo capolista per il Nord est. Alle 2 è toccato a Pina Picierno, circoscrizione Sud, stessa telefonata. Il blitz renziano è una vera e propria svolta: cinque capolista su cinque del Pd saranno donne.
Oltre a Moretti e Picierno, le altre sono Simona Bonafè per il Centro; Alessia Mosca per il Nord ovest; Caterina Chinnici per la circoscrizione Isole. E, a parte la figlia del magistrato ucciso dalla mafia, non si tratta di esponenti della cosiddetta società civile, quanto di solide donne di partito, presentate in quanto tali, che ci mettono la faccia per rappresentare il Partito democratico di Matteo Renzi, «non sono bandierine, ma capaci e pronte a battersi per l’Europa», la presentazione del leader in direzione ieri pomeriggio.
Senza questa svolta, adesso si sarebbe discusso della stanca riproposizione di tanti uscenti, delle poche novità di candidatura, del bilancino correntizio.
Nè miglior fortuna mediatica, e politica, hanno avuto i mugugni, di più i malumori, di più le incavolature di quei candidati uomini che erano sicuri di occupare il primo posto in lista e che non lo sono più. «Come? Non ci credo. Ma che mi dici», ha urlato al telefono Michele Emiliano all’uscita degli studi de La 7 dove si era appena esibito con piglio da capolista in pectore e che ora medita di ritirarsi. Non l’hanno presa benissimo neanche altri, ma hanno evitato di farlo sapere troppo in giro. «Avevo dato la mia disponibilità, ma Renzi ha pensato altrimenti, ha fatto bene, la sua una scelta vincente», il commento di Stefano Boeri dato capolista al Nord ovest. Tutte donne, ok. Ma con quali prospettive di riuscire elette ai primi posti? Chi conosce bene meccanismi e cordate elettorali, ricorda che alle Europee ci sono le preferenze, e anticipa che sicura di arrivare prima può considerarsi solo la Bonafè, renziana doc, mentre per le altre la strada si presenta assai ardua.

GLI ALTRI NOMI
Se proprio si vuole tentare un bilancino correntizio, per trovare un bersaniano doc bisogna frugare nel Nord est, dove c’è Andrea Zanonato, ma al sesto posto. Nel Lazio, è toccato al ministro Maurizio Martina, bersaniano, andare a dire al bersaniano Milana di rinunciare per far posto al bersaniano cattolico Gasbarra, vera e propria macchina da voti. «Se non ci fosse stato Enrico in lista, avrei votato contro», la minaccia rientrata di Beppe Fioroni. Buona la presenza dalemiana, con la conferma di Roberto Gualtieri terzo al Centro e il buon posto in lista per Paolo De Castro, secondo nel Nord est. A Gianni Pittella, ex molto ex dalemiano, l’onore di avere avuto la deroga per la sua terza candidatura al Parlamento di Strasburgo, passata difilato in direzione.

L’APPELLO
«Ma ora basta con le polemiche interne, ci sono le elezioni, concentriamoci su queste, per le questioni aperte ci sarà tempo e occasione», l’appello di Renzi, una sorta di moratoria alle liti interne. Con un siparietto di benevola presa in giro per Dario Franceschini, reo di avere rispolverato la Dc (e tornato in Direzione dopo il malore che lo ha colpito all’inizio di marzo).
Polemica vera, al limite della baruffa, per la Sicilia. Saro Crocetta, il governatore, contesta il primo posto per la Chinnici, «no a chi ha sostenuto Lombardo», il suo atto d’accusa. «Guarda meglio dentro la tua nuova giunta», gli replica a brutto muso Fausto Raciti, neo segretario regionale, che poi propone Cracolici. Crocetta s’impenna: «Allora propongo Lumia, e Giusy Nicolini sindaco di Lampedusa capolista». Bocciato. Capannello di deputati siciliani alla Camera: «Ma come fa a parlare così, lui che ha messo in giunta addirittura l’avvocato di Lombardo?

IL MESSAGGERO