Pasqua austera: niente shopping e 8 famiglie su 10 stanno a casa

UOVA

Pasqua austera per la maggiora parte degli italiani: niente acquisti durante le feste e pranzo a casa per otto famiglie su 10. Inoltre prevale l’acquisto di uova vere e la scelta per i piatti della tradizione cucinati in casa.

Fare shopping nei giorni di festa è “un’opportunità che sembra interessare sempre meno i consumatori”. Lo sostiene la Confesercenti sulla base di un sondaggio realizzato con Swg, secondo cui “solo due italiani su 10 faranno acquisti nei prossimi giorni festivi di Pasqua, Pasquetta, 25 aprile e primo maggio, nonostante le aperture già annunciate di alcuni negozi e centri commerciali”.

Inoltre più di 8 italiani su 10 trascorreranno tra le mura domestiche la Pasqua 2014 che si classifica tra le piu’ casalinghe degli ultimi decenni per effetto della crisi che taglia le partenze ma riduce anche la spesa per imbandire la tavola con i prodotti simbolo della ricorrenza. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti dalla quale si evidenzia che il 24 per cento degli italiani non acquisterà quest’anno uova o colombe industriali o artigianali mentre si prevede un ritorno al fai da te casalingo che non si registrava dal dopoguerra per ben 5 milioni di italiani.

Lo dimostra il fatto che durante la settimana Santa saranno consumate dagli italiani – sottolinea la Coldiretti – circa 400 milioni di uova “ruspanti” che sono l’unico prodotto che ha visto aumentare gli acquisti nel 2013 (+2 per cento) in netta controtendenza con il calo del 3,9 per cento fatto registrare in generale per l’alimentare. Sode per la colazione, dipinte a mano per abbellire le case e le tavole apparecchiate o consumate in prodotti artigianali e industriali o in ricette tradizionali da gustare a casa o in viaggio il ritorno delle uova (vere) è – sostiene la Coldiretti – la grande novità della Pasqua 2014. Per le feste – precisa la Coldiretti – torna anche per la maggioranza degli italiani il viaggio a breve raggio da realizzare in giornata.

Per quanto riguarda lo shopping “sebbene il 47% – spiega Confesercenti – abbia detto di ritenere opportuno che i negozi siano aperti in questi giorni, solo il 21% ha progettato di usare l’occasione per fare un po di shopping. Soprattutto a Pasqua e il primo maggio: solo il 2% ha detto di voler fare acquisti in queste due giornate”.

Leggermente più elevate, “ma sempre sotto il 10%, le preferenze raccolte dalla Pasquetta (8%) e dal 25 aprile (9%). Chi farà comunque spese andrà soprattutto in un centro commerciale, scelto come luogo d’acquisto dal 69%” delle persone che hanno di voler fare compere. E acquisterà “principalmente generi alimentari o prodotti per la casa (37%) e abbigliamento o accessori (38%). Ma la spesa sarà esigua: solo il 12% di chi ha intenzione di comprare spenderà più di 100 euro”. “I risultati del sondaggio – sostiene il segretario generale della Confesercenti, Mauro Bussoni – dimostrano che aprire sempre non serve nè ai cittadini nè al rilancio dei consumi, ma solo ad avvantaggiare i centri commerciali. Alle famiglie italiane mancano le disponibilità economiche, non le occasioni per spendere”.

“I sostenitori del provvedimento, come Federdistribuzione – afferma Bussoni – hanno spesso ribadito che la liberalizzazione delle aperture di domenica e nei giorni di festa aumenta i consumi e crea nuovi posti di lavoro. Il nostro sondaggio e i dati Istat li smentiscono in pieno, dimostrando la distanza che li separa dalla realtà delle famiglie italiane”. Il provvedimento di liberalizzazioni “è stato varato dal governo Monti a gennaio 2012 e da allora abbiamo vissuto un tracollo delle vendite (-8,5% al netto dell’inflazione) e registrato 100mila occupati in meno nel commercio tra il 2013 e il 2012”.

“La torta complessiva dei consumi – secondo il segretario generale – non è aumentata, ma si è ingrandita la ‘fetta’ della grande distribuzione, a scapito dei negozi di vicinato e delle Pmi del commercio, che non possono rimanere aperti 365 giorni l’anno, 24 ore su 24”. Nel biennio 2012-2013, infatti, “le piccole superfici hanno avuto al netto dell’inflazione una flessione del 10,8% delle vendite. Quasi il doppio del calo subito dalle grandi superfici (-5,5)%”.

La conseguenza, sottolinea Bussoni, “è stata devastante: da gennaio 2012 a oggi abbiamo perso per sempre quasi 39mila imprese del commercio, e nelle nostre città ci sono ormai 550mila negozi sfitti. Ma la desertificazione dei nostri centri urbani non è l’unico effetto collaterale del provvedimento: gli operatori del commercio, dipendenti e piccoli imprenditori lavorano ormai tutti i giorni, e non hanno più tempo da dedicare alle proprie famiglie”.

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