Partita Quirinale «Si sceglie con tutti ma un fallimento è colpa solo del Pd»

Matteo Renzi press conference, Rome

ROMA Il nuovo capo dello Stato verrà proposto «24 ore prima delle votazioni». Il tempo che i mille e passa grandi elettori lo apprendano, lo soppesino, lo digeriscano, e comincerà la sarabanda delle votazioni. O l’unica votazione, se l’accordo sul nome sarà così forte da passare subito, alla prima conta. Su questo Matteo Renzi, aprendo i lavori della direzione del Pd, non si è speso più di tanto. Doveva essere una riunione “cartesiana” sul metodo, ma di filosofico c’è stato poco. Nomi niente, non ne sono stati fatti, tranne quelli del Pd che costituiranno la delegazione incaricata di trattare con tutti – «sottolineo tutti, trattare non è un optional» -, ha scandito il segretario: oltre a Renzi, i capigruppo Speranza e Zanda, i due vice Serracchiani e Guerini, il presidente Orfini.
E per dare il senso della solennità del momento, il segretario ha annunciato che la direzione si deve considerare «convocata in modo permanente» per ogni evenienza, per ogni discussione, per ogni decisione si rendano necessarie.
LA MORATORIA
Fino ad allora, fino alle fatidiche «24 ore prima» non è che ci sarà una moratoria sui nomi, non c’è mai stata in passato e non si vede perché debba accadere adesso; ma forse un maggiore controllo, una minore dispersione di iniziative, una conduzione più giudiziosa, questa sì, verrà tentata.
Renzi ha fatto appello all’orgoglio di partito, ha ricordato la pessima figura dell’altra volta, quando non si riuscì a eleggere il nuovo capo dello Stato e il Pd, centouno e non centouno, dette di sé una prova di divisione come mai. «E’ arrivata l’occasione per restituire a voi stessi e a chi vi ha votato il senso dell’orgoglio», ha scandito il premier segretario ricorrendo al «voi»; salvo poi tornare a mettersi in mezzo quando ha ricordato che «il Pd sarà colpevole» se fallisse di nuovo nella corsa del Quirinale.
Proposte che sono state accettate dalle minoranze, il clima interno alla direzione si è riscaldato soltanto sulle primarie liguri, e un po’ sulle riforme e la legge elettorale. Nessuno dei big è intervenuto, clima interno tutto sommato disteso. Accolto dalla presidenza un odg di Stefano Fassina sulle imminenti elezioni greche. Lo stesso Fassina che nel suo intervento aveva criticato a fondo il decreto fiscale ”sospeso” fino al 20 febbraio, quello del 3 per cento salva-Silvio, ma non se l’è presa quando Renzi ha ironizzato «ho citato Marchionne e Fassina non ha replicato, segno che sta invecchiando». L’unico appunto le minoranze lo hanno fatto (Zoggia, Pollastrini) sulla questione dei franchi tiratori: «Non è bello leggere sui giornali che a palazzo Chigi c’è chi tiene il conto dei possibili tiratori, di chi è acquisito e chi no».
DIFFICILE CONTESTAZIONE
Anche il famoso, o famigerato, patto del Nazareno non ha fatto direttamente capolino, le minoranze hanno evitato di attaccare sul punto, non perché vi abbiano rinunciato, ma perché, nel giorno del discorso sul metodo, era difficile contestare la necessità che il futuro presidente si discute con tutti. «Questa volta sono d’accordo con Renzi», ha riconosciuto Pippo Civati, che ha tirato il dialogo con tutti dalla parte dei cinquestelle, «bene, ma quando lo dicevo io mi davano del matto». Renzi in effetti ai grillini ha detto di «non tirarsi indietro», di «partecipare». Dialogo con tutti, ma «niente veti»: ecco il metodo Renzi.
Dove il premier segretario ha voluto mettere i puntini, è stato sulla legge elettorale. Renzi sa e vede che chi non vuole l’Italicum cerca di collegare le due cose, Quirinale e nuova legge elettorale. Ma Renzi stoppa, in duplice direzione: verso i riottosi di Forza Italia, indicando Brunetta come «il capo dei fannulloni», visto che propone di sospendere la discussione sulle riforme in attesa del nuovo inquilino del Colle («non esiste, il Parlamento deve lavorare, anche di notte se occorre»). Nel merito, alle minoranze che sollevano obiezioni sui capilista bloccati, replica: «Sono candidati di collegio, ben visibili, e se all’elettore non piacciono, non vota quel partito». Spiegazioni che alla parte della minoranza con l’elmetto non sono piaciute.

IL MESSAGGERO