Paoli si dimette: «Ma non ho colpe»

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«Alla luce delle vicende che mi hanno coinvolto in questi giorni, ci tengo a dirvi che sono certo dei miei comportamenti e di non aver commesso reati. Con il rispetto assoluto di chi sta doverosamente svolgendo il suo lavoro di indagine, intendo difendere la mia dignità di persona per bene». Dopo cinque giorni di bufera mediatica, alla fine l’annuncio è arrivato. Come previsto, Paoli ha rassegnato le dimissioni irrevocabili da presidente della Siae nel corso del consiglio di gestione, nella sede milanese della Società autori ed editori. Un atto di correttezza e trasparenza, dopo che la procura di Genova lo ha iscritto nel registro degli indagati per evasione fiscale. La decisione di dimettersi non è stata frutto delle meditazioni degli ultimi giorni: Gino Paoli lo ha deciso subito, forse ancor prima di ricevere l’avviso di garanzia nella sua villa storica di Genova, perquisita all’alba di giovedì.
IL COMMERCIALISTA E LA MOGLIE
Il cantautore sarà sentito lunedì dagli inquirenti: l’accusa è di aver trasferito in Svizzera due milioni derivanti da compensi per vecchie Feste dell’Unità, per un’evasione fiscale contestata di circa 860 mila euro. Indagata anche la moglie Paola Penzo la quale, in una conversazione del gennaio 2014 intercettata dalla procura, al commercialista Andrea Vallebuona dice che «bisogna nascondere bene le carte in un posto sicuro», mentre Paoli chiarisce di voler riportare il denaro in Italia: «Non voglio che si sappia che ho portato soldi all’estero».
Ma è troppo tardi per beneficiare dello scudo fiscale, e tantomeno per rientrare in una sanatoria. Un anno più tardi, il temuto danno d’immagine lo travolge costringendolo a rinunciare alla Siae. «Assisto purtroppo a prevedibili, per quanto sommarie, strumentalizzazioni, che considero profondamente ingiuste – ha scritto ieri Gino Paoli nella sua lettera – Quello che non posso proprio permettermi di rischiare, però, è di coinvolgere la Siae in vicende che certamente si chiariranno, ma che sono e devono restare estranee alla Società». Eletto nel maggio 2013, Paoli è stato un presidente molto attivo e ieri, concludendo la sua missiva, ha rivendicato i successi ottenuti contro la pirateria e le violazioni del diritto d’autore. Ma in questi mesi l’autore di “Il cielo in una stanza” è stato anche criticato per aver aumentato le tasse a carico degli associati.
Le dimissioni non hanno sorpreso il direttore generale della Siae Gaetano Blandini, che le ha accettate con rammarico: «Il maestro Paoli ha dato un decisivo impulso e un enorme valore aggiunto al rilancio e alla modernizzazione della Società – ha commentato ieri – Grazie a lui la Siae ha vinto importanti battaglie a tutela dei diritti e della libertà di espressione dei propri associati. Tutti coloro che hanno avuto occasione di essergli vicino hanno potuto godere di un’esperienza umana straordinaria». Blandini e il consiglio di gestione definiscono le dimissioni di Paoli «un atto di grande responsabilità», in una nota che si chiude con la frase: «Grazie maestro».
Dopo Beppe Grillo, che sul suo blog ne ha preso le difese scagliandosi contro la stampa, anche l’amico Red Ronnie interviene nella polemica, tirando in ballo addirittura presunti complotti: «Sono abituato a leggere e guardare film sui complotti, quando succede qualcosa mi chiedo sempre perché quella cosa viene fuori – ha detto alla trasmissione radiofonica La Zanzara su Radio 24 – Gino Paoli è una persona meravigliosa, un amico, che si stava battendo alla Siae contro le multinazionali che non pagano i diritti».
«COME PAVAROTTI»

Ronnie ha ricordato un altro caso celebre di evasione fiscale, quella contestata a Luciano Pavarotti che peraltro si attestava su cifre molto più ingenti: «Alla fine aveva ragione lui, avevano bisogno di un capro espiatorio importante. E poi, trovatemi un artista che non sia stato fregato da un commercialista, io compreso».

Il Messaggero