Paoli non si dimette. E Grillo lo difende

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GENOVA Barricato dentro casa, una villa storica sulle alture di Genova non distante da quella di Beppe Grillo, ieri Gino Paoli ha atteso che si smorzasse la bufera, divampata dopo l’accusa di evasione fiscale formulata dalla Procura genovese. Nessuna dichiarazione, nessuna mossa, neppure le dimissioni dall’incarico istituzionale di presidente della Siae, come pure il M5S ha chiesto. «Non parlo con nessuno in questo momento» è la risposta a chi tenta di contattarlo per una replica. Un’unica nota, diffusa nel pomeriggio dal suo staff, per comunicare che le eventuali dimissioni saranno annunciate martedì, in un consiglio di gestione della Società italiana autori ed editori convocato appositamente.
L’INTERROGATORIO
A una telefonata, però, ha risposto: quella di Beppe Grillo, che lo ha chiamato per «scusarsi con lui dopo gli attacchi del M5S», come ha riferito il legale di Paoli. L’artista, che sarà interrogato il 2 marzo, non è certo il primo a scontrarsi con il fisco e molti personaggi noti – da Sofia Loren a Valentino Rossi – lo hanno preceduto nella poco nobile “hall of fame” degli evasori o presunti tali. Nel suo caso, l’accusa è di aver trasferito in Svizzera due milioni di euro, presumibilmente compensi in nero ricevuti per i concerti alle Feste dell’Unità, senza che queste entrate lasciassero alcuna traccia nelle dichiarazioni dei redditi.
Il caso è scoppiato giovedì e forse si sarebbe anche attenuato se l’amico di una vita, facile da immaginare come uno dei “quattro amici” al bar della famosa canzone, non avesse alzato i toni per difenderlo: «A questo gioco al massacro di una persona di 80 anni non pregiudicata, mai inquisita per alcunché, che mi risulti, io non ci sto!» ha sbottato Beppe Grillo sul suo blog, in un post dal titolo “Sbatti il mostro in prima pagina”, premettendo che «Gino Paoli è mio amico». L’attacco è rivolto contro «gli sciacalli dell’informazione», i media colpevoli di aver divulgato la notizia dell’indagine. In particolare, contro un articolo del quotidiano genovese, Il Secolo XIX, che ha criticato la richiesta di dimissioni, formulata dai Pentastellati, nonostante il forte rapporto di amicizia che lega i due genovesi. Un sodalizio che prosegue tuttora, confermato dalla recente partecipazione della famiglia Paoli al matrimonio a Zoagli di Valentina, figlia di primo letto della moglie di Grillo. Ma la base del M5S si è rivoltata: «Tu hai espulso per molto meno» è il senso dei commenti più frequenti in risposta al post di Grillo, mentre il gruppo dei deputati del movimento ha confermato la posizione espressa inizialmente, smentendo la presa di distanza del proprio leader: «Il gruppo, come sempre, ha agito in piena autonomia, riconosciuta da Grillo». A difendere Paoli è arrivato anche il direttore generale della Siae Gaetano Blandini.
LA CIFRA
L’evasione fiscale di 860 mila euro, se dimostrata dai giudici, peserebbe soprattutto sull’immagine del cantautore genovese, ex parlamentare e attualmente in prima linea nella tutela della legalità e del diritto d’autore nel mondo dello spettacolo. La conferma che l’autore di “Senza fine”, in questo momento, tenga soprattutto a tutelare la propria moralità arriva dal suo avvocato: «Mi risulta che Paoli si sia rivolto a un professionista perché voleva legalizzare la situazione – dice il suo legale, Andrea Vernazza – Il che, sul piano morale, non mi sembra di poca importanza» ha detto il suo legale. L’accusa sostiene infatti di aver appreso la notizia di reato da una o più conversazioni avvenute tra Paoli e il suo commercialista, Andrea Vallebuona, nel frattempo implicato nell’inchiesta sulla truffa a Banca Carige e quindi sottoposto a intercettazioni. Sempre secondo la Procura, il cantautore si sarebbe “tradito” rivolgendosi al professionista nel tentativo di far rientrare in Italia il capitale. Una versione confermata dall’avvocato dopo il blitz del nucleo di polizia tributaria, che ha perquisito e sequestrato documenti nella dimora genovese di Paoli e della moglie Paola Penzo, anche lei indagata.

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