No-Expo, i 5 fermati restano in carcere

Black bloc

Davanti al giudice le stesse parole: «Gli scontri del primo maggio? Non c’entro niente, ero lì per caso». Il giudice, Donatella Banci Buonamici, non ha creduto a nessuno e ha convalidato l’arresto per i cinque italiani bloccati dagli agenti nelle fasi più concitate del corteo che venerdì, per quasi due ore, ha incendiato un intero quartiere di Milano. Sono tre maschi e due femmine, fra cui una donna di 42 anni madre di un bambino. Sono a San Vittore da tre giorni, ci resteranno ancora. Gli avvocati annunciano ricorso al Tribunale del Riesame, mentre la polizia garantisce di avere in serbo nuove prove contro di loro.
BLOCCO DI CEMENTO
I cinque non sono – per ora – accusati di devastazione. In carcere ci sono finiti per «violenza a pubblico ufficiale» poiché, stando alla ricostruzione della Questura e dei pm, quando lo spezzone più duro del corteo si stava disperdendo hanno seguitato a lanciare bottiglie e sassi contro le forze dell’ordine. In quei momenti sono stati bloccati, malgrado l’intervento di altri manifestanti che hanno provato a sottrarli al controllo degli agenti. «Uno di loro» è scritto nel rapporto della Procura «ha lanciato un blocco di cemento che ha sfiorato il casco di un poliziotto».
Rimane da dimostrare che i cinque abbiano anche partecipato direttamente alle devastazioni che hanno preceduto il loro fermo: «Io non ho incendiato niente e non ho distrutto niente» hanno ripetuto al giudice. Chi aveva una mascherina per coprirsi il volto – come Jacopo Piva, 27 anni, commesso in un negozio di scarpe – ha provato a giustificarsi dicendo che la porta sempre con sé per difendersi dallo smog quando va in bici. Chi aveva il volto coperto dalla felpa – Davide Pasquale, 32 anni, di Alessandria – ha detto di essere affetto da asma «e volevo proteggermi dai lacrimogeni».
I cinque non sono gli unici ad essere stati fermati e arrestati. A Genova, nel carcere di Marassi, sono in attesa di conoscere il loro destino quattro francesi che avrebbero partecipato agli scontri di Milano prima di rifugiarsi da un amico nel capoluogo ligure. Le forze di polizia transalpine li definiscono «casseur di professione», militanti dei gruppi più violenti dell’estremismo francese anche se, al giudice di Genova, hanno detto di non avere appartenenze politiche, di non aver partecipato al corteo di Milano, e di essere in Italia per turismo.
LA LEGIONE STRANIERA
Erano più di quattrocento gli incappucciati entrati in azione venerdì a Milano. E, al di là dei cinque italiani per i quali è stato confermato l’arresto e dei francesi in carcere a Marassi, polizia e carabinieri continuano a lavorare per cercare di identificarli. Un lavoro che si preannuncia lungo e complicato. Sotto osservazione ci sono i militanti dei circoli dell’«anarchismo informale» della Lombardia e i loro contatti con gruppi di altre regioni e di altri Paesi, in particolare di Francia, Germania, Spagna e Grecia.

Il Messaggero